Modifichiamo il Centro di Pronto intervento in corso d’opera?

23 Luglio 2013

Prima di rispondere, sgombriamo la mente dai luoghi comuni, dalle risposte automatiche, da tutti i “non si può fare” in grado di bloccare qualsiasi buona idea. E’ vero: pochi mesi fa, nubi molto cupe sulle finanze comunali già ben visibili all’orizzonte, il Consiglio comunale ha votato (due Verdi contrari) un credito di venticinque milioni per la realizzazione del Centro di Pronto intervento e 780.000 franchi per la progettazione della muova fase. Ora, la decisione non è piaciuta a molti, compresi diversi che hanno votato il credito turandosi il naso, per vari motivi. In paese si dicono molte cose: il Centro è sovradimensionato, l’ultimo piano del tutto inutile, la palestra eccessiva, eccetera. Insomma: dei risparmi, e risparmi non di poca entità, si potrebbero fare. Si potrebbero fare, a patto di non farsi bloccare dai “non si può, il credito è ormai stato votato”. I ricorsi fioccano, e bloccano i lavori: nulla capita per caso nella vita, e forse sarebbe saggio fermarsi e rivedere decisioni prese improvvidamente, sull’onda del “siamo una Grande Città, dimostriamolo con una bella cementificazione faraonica!”.

Anche l’illustre architetto Mario Botta, sulle colonne della NZZ, ha riflettuto sull’eccessiva costruzione nelle nostre città, ad opera degli architetti ticinesi non tenuti a briglia dai politici, che da decenni non progettano parchi e viali alberati, ma soltanto costruzioni che mal si conciliano con il vivere bene di un paese. E che un progetto sia modificabile in corso d’opera l’abbiamo potuto vedere anche molto recentemente, nell’autosilo dietro il Municipio, che è ben diverso dal progetto originario (in eccesso, in questo caso, però!). Dunque, fermiamoci un istante, magari in occasione dei festeggiamenti della nostra Patria, e iniziamo in modo concreto e positivo quei risparmi necessari al buon vivere della nostra Mendrisio. Buon Primo d’agosto, in alto i cuori!

La Toscana del Ticino

9 Luglio 2013

Il Mendrisiotto ricorda paesaggisticamente la Toscana, o almeno questa era un’analogia che veniva proposta anni addietro. Mi sono trovata nelle scorse settimane a guardare un paesaggio toscano con le lacrime agli occhi, pensando al mio paese, alla devastazione del piano, deturpato peggio che da barbariche invasioni. Nel 2011 avevo chiesto con un’Interpellanza al Municipio di Mendrisio di aderire alla campagna a favore di nuovi viali alberati promossa dalla Confederazione: avremmo avuto l’opportunità di usufruire di un sussidio per realizzare un bel viale alberato sul territorio comunale. La risposta non si è fatta attendere: gli alberi danno fastidio, crescono, ingombrano, sono inutili, basta guardare al Generoso o al San Giorgio per quegli originali che proprio dovessero trovarli piacevoli per la vista e lo spirito. Invece della creazione di un viale alberato, in questi anni sono stati tagliati un numero impressionante di alberi: tutti malati, pericolanti, ingombranti, inutili. Al loro posto, vengono piantati alberelli con una durata massima di vita di quindici anni, pallidi sostituti di alberi secolari. Nessuno osi sognare un doppio filare di cipressi come quelli che salgono a Bolgheri cantati dal Carducci (viale alberato di bellezza mozzafiato completato nell’Ottocento, e ancora oggi piacere per gli abitanti e i viandanti). Nessuno si azzardi a trovare conforto nel canto degli uccelli e nello scorrere delle stagioni sugli alberi vicini alle case. Siamo in guerra: gli architetti si sono presi quasi tutte le nostre bellezze, trasformandole in deserti di cemento ed erbetta piena di pesticidi. Macchine tosaerba e rombo di apparecchi per soffiare le foglie ammorbano le nostre giornate. Eppure, una vita diversa, con un senso estetico e una cultura per la natura differenti è possibile. Vicino a Castagneto Carducci (Grosseto), un vecchio cartello all’inizio di un viale alberato avvisa: “attenzione, sagoma degli alberi fuori dagli schemi”, le radici escono dall’asfalto e le foglie arrivano quasi addosso all’automobile: un piacere passare da quella strada, e i camion si devono adattare all’uomo…non il contrario, come da noi, dove siamo noi cittadini a venire per ultimi, malati, stanchi, intristiti dal traffico e dalle brutture. Non mi piace più vivere nel mio paese, ed è un’ammissione che mi fa molto soffrire. Ma non perdo la speranza in un futuro diverso, in un Rinascimento lontano…

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