Richiesta di istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta (CPI) sull’operato e le responsabilità dei funzionari dirigenti coinvolti nell’Inchiesta sugli abusi sessuali operati dal funzionario del DSS B.

3 Ottobre 2019

Secondo l’art. 39 cpv. 1 LGC allorché eventi di grande portata istituzionale nel Cantone richiedano uno speciale chiarimento, il Gran Consiglio, sentito il Consiglio di Stato, può, a maggioranza assoluta, istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta.

Il 29 gennaio 2019 la Corte delle assise criminali, presieduta dal giudice Marco Villa, rendeva la sentenza di primo grado nel processo a un noto funzionario del DSS, tale B.

La sentenza, relativamente mite, ha visto il funzionario giudicato colpevole, tuttavia con una pena sospesa condizionalmente. In maniera del tutto clamorosa, il presidente della Corte ha espresso le seguenti parole durante la lettura orale del verdetto: “Come rappresentante dello Stato vi chiedo scusa”. Così il giudice si è rivolto alle tre imputate, spiegando il suo disappunto al fatto che nel 2005, dopo le prime segnalazioni, non sia stato dato seguito a nessuna procedura amministrativa. “Non sono stati chiesti consigli a chi poteva darli, ma soprattutto queste giovani donne non sono state accompagnate nel percorso di rivelazione”. Durante la lettura della sentenza si è spiegato come alcuni episodi di violenza carnale prescritti siano comunque stati considerati riconosciuti. La sentenza è stata impugnata ed ora il caso è pendente dinanzi alla Corte di appello e revisione penale.

Al di là del caso singolo del funzionario B., che sarà oggetto di processo penale ed eventualmente civile con le vittime, questo caso ha messo in luce alcune circostanze inquietanti circa un atteggiamento generalizzato di omertà e copertura nell’Amministrazione cantonale, a fronte di gravi crimini contro la sfera sessuale, aspetto che è stato aspramente criticato anche da parte del giudice Villa.

Il Consiglio di Stato ha riferito che “non appena ricevuta comunicazione dal Ministero pubblico, nel giugno dello scorso anno, dell’apertura di un procedimento penale nei confronti di un collaboratore del DSS, ha immediatamente sospeso quest’ultimo dalla funzione e avviato un’inchiesta disciplinare. Successivamente, dopo aver potuto consultare gli atti del procedimento penale, ritenendo i fatti emersi e ammessi dal collaboratore inconciliabili con la funzione professionale esercitata, ha deciso lo scioglimento per disdetta del rapporto di impiego. La condanna pronunciata ieri dalla Corte delle Assise criminali, ancorché in primo grado di giudizio, conferma l’adeguatezza di questo provvedimento”. Il Governo ha ancora aggiunto che “ha dato incarico al Capo della Sezione delle risorse umane e al Consulente giuridico del Consiglio di Stato di esaminare gli atti dell’inchiesta penale e le motivazioni scritte della sentenza, una volta che saranno allestite, per procedere ad accertamenti in relazione all’eventuale gestione inadeguata del caso in seno all’Amministrazione”.

Il 19 febbraio 2019 il Consiglio di Stato si è espresso nell’Aula del Gran Consiglio, rispondendo a interpellanze sul tema. A parere dei sottoscritti deputati, già dalla presa di posizione evasiva del Governo si iniziava a intuire che l’Esecutivo non è l’autorità più adatta per indagare e trarre le dovute conclusioni con la necessaria autonomia di giudizio.

Infatti, anche il Consiglio di Stato dal profilo amministrativo è giocoforza coinvolto in questa triste vicenda, siccome lo stesso Governo doveva vigilare sui funzionari dirigenti, da cui il funzionario B. dipendeva.

Proprio perché ad oggi permane il sospetto che alti funzionari abbiano coperto un dipendente sottoposto, il quale ha commesso gravi reati contro l’integrità sessuale, occorre fare la massima chiarezza sulla questione. Una simile situazione deve essere approfondita e da un’autorità terza deve poi essere smentita o confermata.

Tutto ciò è un evento di grande portata istituzionale in quanto va a minare gravemente la fiducia dei cittadini nelle Istituzioni e adempie a tutti gli effetti le condizioni per la costituzione di una CPI, che avrà da dare seguito a un incarico formale.

Per questi motivi,

visti gli art. 39 e segg. LGC,

i sottoscritti deputati chiedono all’Ufficio Presidenziale del Gran Consiglio di intraprendere i passi necessari per l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta (CPI) inerente l’operato dei funzionari e dei servizi competenti riguardo ai gravi fatti avvenuti all’inizio degli anni 2000 dentro e fuori gli uffici del Dipartimento Sanità e Socialità (DSS), venuti allo scoperto in seguito all’inchiesta e al processo condotti dall’autorità penale. Essa opererà in collaborazione al Consiglio di Stato nell’ambito delle proprie competenze.

La Commissione dovrà avere il seguente mandato:

  1. verifica delle responsabilità politiche e operative dell’allora Consiglio di Stato, dei funzionari dirigenti e dei servizi competenti coinvolti a vario titolo nella gestione del settore della politica giovanile;
  2. verifica di azioni o omissioni non conformi alle prescrizioni legali, alla prassi o alle direttive interne;
  3. valutazione delle misure allora adottate e quelle eventualmente da adottare per evitare il ripetersi di casi simili

Fiorenzo Dadò (PPD),  Boris Bignasca (Lega), Marco Bertoli (PLR), Tamara Merlo (Più Donne), Lara Filippini (UDC), Claudia Crivelli Barella (Verdi), Matteo Pronzini, (Mps-Pop-Indipendenti)

Mozione interpartitica: un Centro Diurno Socio-assistenziale anche a Mendrisio

18 Aprile 2018

Durante la seduta del Consiglio Comunale del 31 maggio 2010 i consiglieri comunali Luca Maghetti e Giovanni Poloni presentarono una mozione per chiedere al Municipio l’ istituzione di un Centro sociale diurno per la città di Mendrisio. La commissione ad hoc istituita per esaminare la problematica, dopo un attento e approfondito esame, scrive nel proprio rapporto: “La commissione, all’unanimità, invita dunque i colleghi Consiglieri Comunali ad approvare la mozione (…)” e anche il Municipio, nel MM 95/2011 Risposta alla mozione del marzo 2010 richiedente l’istituzione di un Centro sociale diurno per la Città di Mendrisio , nel dispositivo finale invitava il consiglieri comunali a risolvere: È approvata la mozione…(…). La stessa è poi stata approvata dal Consiglio Comunale ma, fino ad oggi, nessun Centro sociale diurno è stato creato a Mendrisio. Nel frattempo i Centri sociali diurni sono stati sostituiti dai Centri Diurni Socioassistenziali.

Uno degli obiettivi strategici citati al numero 10 dei Punti chiave delle Strategie Mendrisio 2030, Favorire l’integrazione sociale e la salute pubblica, dice che Mendrisio sostiene lo sviluppo (…) dei servizi di appoggio sanitari rivolti alla popolazione.

Sullo stesso documento possiamo anche leggere che un abitante su quattro, a Mendrisio, è anziano, motivo per il quale la Città è particolarmente attenta e sensibile alla tematica della popolazione senile.

I Centri diurni socio-assistenziali fanno parte della rete dei servizi d’appoggio riconosciuti ai sensi della Legge sull’assistenza e cura a domicilio. Sono centri diurni di proprietà di comuni, fondazioni o associazioni che offrono attività di animazione, di socializzazione e di prevenzione sia per persone autosufficienti che per persone con bisogno di assistenza per le attività di base della vita quotidiana. Per queste ultime viene offerta una presa in carico sia individuale che di gruppo con l’obiettivo di favorirne il mantenimento a domicilio.

Dei 14 centri esistenti attualmente in Ticino, tre si trovano nel Mendrisiotto e tutti e tre sono di proprietà del comune sede: Chiasso, Vacallo e Riva San Vitale. Grazie a questo semplice dato si può senz’altro notare uno squilibrio tra l’offerta del Basso Mendrisiotto, con due Centri per una popolazione di circa 21’000 persone, ed il resto del comprensorio che ha, invece, a disposizione un solo Centro per circa 32’000 abitanti. La popolazione di Mendrisio deve rivolgersi alla struttura di Riva San Vitale.

Le finalità di queste strutture sono molteplici e si possono così riassumere:
• Prevenzione dell’isolamento sociale
• Mantenimento e attivazione delle risorse personali e dell’autonomia della persona anziana
• Mantenimento al domicilio
• Diminuzione del carico psico-fisico del familiare curante
• Miglioramento della qualità di vita
• Promozione della salute

L’accesso ai centri diurni è libero per le persone autosufficienti e pianificato per le persone con bisogno di assistenza. La frequenza al centro è gratuita, si richiede unicamente un contributo per i pasti, le gite, i materiali per le attività, ecc.

Per implementare la già importante offerta di servizi che Mendrisio offre ai propri cittadini (anziani e non), crediamo che l’apertura di un Centro Diurno Socio-assistenziale (CDSA) debba essere presa seriamente in considerazione. La città non dovrà forzatamente gestire direttamente la struttura ma potrà essere il “motore istituzionale” per dare avvio ad uno studio di fattibilità in collaborazione, per esempio, con ATTE, che già gestisce dei CDSA a Lugano e Biasca, o Prosenectute, che ha Centri a Massagno, Lamone, Faido e Bellinzona o con qualsiasi altro interlocutore che si ritenesse interessato (ECAM, SACD, Generazione Più, che ha un CDSA a Lugano, ecc…).

Signor Vice Sindaco, signori Municipali, con la presente mozione chiediamo di:
• avviare una consultazione con l’Ufficio Cantonale degli Anziani e delle Cure a
Domicilio (UACD) per valutare la necessità di avere, sul territorio di Mendrisio, un
Centro Diurno Socio-assistenziale
• coinvolgere nella consultazione Associazioni o Fondazioni già attive sul territorio e
che hanno già esperienza nella gestione di queste infrastrutture

Per Insieme a Sinistra: Daniele Stanga (primo firmatario),

Claudia Crivelli Barella (Verdi), Giovanni Poloni (PLR), Massimiliano Robbiani (Lega, UDC e
Indipendenti), Davina Fitas (PPD+GG)

Scarica la mozione in pdf: Mozione CDSA

Interrogazione per una politica ticinese in materia di cannabis

28 Ottobre 2016

bob_marleyINTERROGAZIONE Il mondo si muove. Noi stiamo a guardare? Tredici domande per una politica ticinese in materia di cannabis che protegga efficacemente i giovani e riduca i costi sanitari e sociali a carico della collettività

La Svizzera ha regolamentato la “politica della droga” con la Legge federale sugli stupefacenti e sulle sostanze psicotrope (LStup) del 1951. Tale politica si fonda oggi su quattro pilastri: repressione, prevenzione, riduzione del danno e terapia. Attraverso la LStup è stata proibita la circolazione di determinate sostanze, tra le quali la canapa. Questa proibizione non ha tuttavia fornito i risultati sperati: la canapa circola tutt’ora. In Svizzera ogni anno se ne consumano dalle 40 alle 60 tonnellate, per un giro d’affari complessivo di circa un miliardo di franchi, che finisce in buona parte nelle tasche del crimine organizzato. Inoltre, la cattiva qualità della sostanza proveniente dal mercato nero aumenta esponenzialmente i rischi sanitari legati al suo consumo, già di per sé nocivo. Ad esempio, un recente studio preliminare commissionato dall’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) all’Università di Berna (Institute of Forensic Medicine, Forensic Chemistry and Toxicology) ha analizzato 151 campioni di cannabis provenienti dalla Svizzera, una quindicina dei quali dal Ticino. Ebbene, il team di ricercatori è giunto alla conclusione che ben il 91% dei campioni fossero contaminati da sostanze altamente nocive, come batteri, funghi, pesticidi e metalli pesanti…

Scarica l’interrogazione: Il mondo si muove e noi stiamo a guardare in pdf

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