Intervista domanda&risposta su LaRegione del 28.2.2019

28 Febbraio 2019

Il 28 febbraio 2019 è uscita un’intervista domanda&risposta su LaRegione. Ecco qua sotto le mie risposte. Clicca sull’immagine per ingrandirla.

 

Sul clima non c’è più tempo da perdere

23 Febbraio 2019

INIZIATIVA PARLAMENTARE presentata nella forma elaborata da Francesco Maggi e cofirmatari per il Gruppo dei Verdi per la modifica dell’art. 4 della Legge cantonale sull’energia (Sul clima non c’è più tempo da perdere)

del 18 febbraio 2019

Contro il riscaldamento globale non c’è più tempo da perdere, se vogliamo evitare conseguenze catastrofiche per noi e per il pianeta: è il senso del rapporto speciale pubblicato nell’ottobre 2018 dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC), il più importante organismo scientifico dedicato alla ricerca su come sta cambiando il clima del pianeta, soprattutto in seguito alle attività umane con la costante emissione nell’atmosfera di anidride carbonica (CO2). Il rapporto dice che agli attuali ritmi entro il 2030 l’aumento della temperatura media globale sarà superiore agli 1.5°C ritenuti la soglia massima di sicurezza per avere effetti importanti ma gestibili, seppure con grandi spese di denaro e risorse.

Le conclusioni dell’IPCC sono il frutto di anni di lavoro, basato sulle ricerche di migliaia di scienziati, e con il contributo di altre migliaia di esperti. Benché l’IPCC non possa andare oltre l’analisi dell’esistente e la stima dei rischi, e lo debba fare con i mezzi della diplomazia internazionale, negli ultimi anni ha affrontato il tema del cambiamento climatico con toni molto più determinati. L’obiettivo non è fare allarmismo, ma dare il senso di emergenza e dei concreti rischi che stiamo correndo tutti, e che possono essere mitigati solo con iniziative coordinate a livello globale.

Secondo le ricerche citate nel rapporto, è essenziale che si resti al di sotto dell’aumento di 1.5°C per quanto riguarda la temperatura media mondiale. Il contenimento dei danni è infatti molto più significativo rispetto a un aumento di 2°C, fino a qualche anno fa ritenuto ancora gestibile. Mantenersi sotto la soglia degli 1.5°C non sarà comunque per niente facile e richiederà cambiamenti nel modo in cui produciamo energia elettrica, in cui gestiamo coltivazioni e allevamenti, senza contare le modifiche sostanziali ai sistemi dei trasporti per interrompere la dipendenza dai combustibili fossili.

Allo stato attuale e senza interventi incisivi, la soglia degli 1.5°C potrebbe essere superata in tempi brevissimi: appena 12 anni.

5 cose da fare

L’IPCC indica una sorta di percorso a tappe forzate per evitare il superamento degli 1.5°C:

  • ridurre le emissioni globali di CO2 in modo da arrivare nel 2030 a produrre il 45% di quelle prodotte nel 2010;
  • produrre l’85% dell’energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2050;
  • portare il consumo di carbone a zero il prima possibile;
  • allocare almeno 7 milioni di chilometri quadrati (l’equivalente della superficie dell’Australia) alle coltivazioni per i biocarburanti;
  • raggiungere l’equilibrio ed essere quindi a emissioni zero entro il 2050.

Non c’è più tempo

Il rapporto spiega che non c’è più tempo per rinviare le decisioni, soprattutto se i governi vogliono affrontare il problema con soluzioni sicure e praticabili. Ulteriori rinvii, infatti, renderebbero necessario il ricorso a sistemi ancora sperimentali e dai risultati incerti, che costerebbero molto più denaro e non offrirebbero certezze sulla riduzione dei rischi.

Se non ce la facessimo?

L’eventualità che si superi la soglia di 1.5°C porta a scenari inquietanti, spiegano i ricercatori. Un aumento della temperatura media globale di 2°C porterebbe alla scomparsa delle barriere coralline, e dei loro interi e articolati ecosistemi marini. Il livello dei mari si alzerebbe cambiando radicalmente la vita di milioni di persone che vivono lungo le coste. Gli oceani andrebbero incontro a processi ancora più intensi di acidificazione rispetto agli attuali, con conseguenze molto gravi per la pesca, la flora e la fauna marina. Estati più torride ed eventi climatici estremi renderebbero più difficile e dispendiosa la coltivazione dei cereali, la prima fonte di nutrimento per miliardi di persone in buona parte del mondo.

Il rapporto dell’IPCC indica che solo attraverso un cambiamento significativo, e molto rapido, del modo in cui viviamo e delle nostre abitudini potremo evitare gravi conseguenze. Questo implica modificare il modo in cui produciamo energia elettrica, privilegiando le fonti rinnovabili sopra ogni altra cosa, il modo in cui funziona la catena produttiva, il sistema dei trasporti, delle coltivazioni e la stessa organizzazione delle nostre città. Più si aspetta, più diventerà difficile farlo in modo organizzato ed economicamente sostenibile, e sarà peggio per tutti.

I cambiamenti climatici in Svizzera

Secondo i dati registrati da Meteosvizzera, nel corso degli ultimi 150 anni la temperatura in Svizzera è aumentata di 2°C, molto di più rispetto al resto del mondo (+0.9°C). A testimonianza di quanto sia sensibile l’area alpina ai cambiamenti climatici. La Svizzera sarà quindi particolarmente colpita dai fenomeni estremi, come le forti piogge, le giornate canicolari, la siccità, gli incendi boschivi e gli inverni senza neve. Il Ticino è da sempre ancora più esposto a queste minacce rispetto al resto del Paese.

Dobbiamo quindi agire in fretta, contribuendo allo sforzo globale di riduzione delle emissioni di CO2 e pianificando misure di adattamento, ormai indispensabili.

Conformemente alle raccomandazioni dell’IPCC, la Legge cantonale sull’energia è modificata come segue:

Art. 4

1Il PEC (attuale):

  1. a) stabilisce gli indirizzi della politica energetica cantonale;
  2. b) fissa gli obiettivi per ogni settore del sistema energetico (obiettivi settoriali) sulla base di specifiche schede;
  3. c) definisce un piano d’azione comprendente:

– gli strumenti atti a raggiungere gli obiettivi settoriali,

– lo scenario energetico determinato dall’adozione di questi strumenti,

– le autorità che sono tenute ad attuarlo e

– i soggetti a cui esso si applica.

2Nell’ambito degli aggiornamenti del PEC il Consiglio di Stato verifica i risultati raggiunti e informa sull’evoluzione della produzione, dell’approvvigionamento, della distribuzione e dei consumi di energia.

Art. 4

1Il PEC (nuovo):

  1. a) stabilisce gli indirizzi della politica energetica cantonale;
  2. b) fissa gli obiettivi per ogni settore del sistema energetico (obiettivi settoriali) sulla base di specifiche schede.
  3. c) Fissa gli obiettivi di riduzione del CO2. Riduzione del 45% delle emissioni entro il 2030 rispetto al valore del 2010 e del 90% entro il 2050. Al più tardi dal 2040 il Cantone Ticino dovrà essere climaticamente neutro mediante compensazioni delle emissioni residue all’estero, soprattutto con progetti di riforestazione;
  4. d) definisce un piano d’azione comprendente:

– gli strumenti atti a raggiungere gli obiettivi settoriali,

– lo scenario energetico determinato dall’adozione di questi strumenti,

– le autorità che sono tenute ad attuarlo e

– i soggetti a cui esso si applica.

2Nell’ambito degli aggiornamenti del PEC il Consiglio di Stato verifica i risultati raggiunti e informa sull’evoluzione della produzione, dell’approvvigionamento, della distribuzione e dei consumi di energia.

 

Per il Gruppo dei Verdi:

Francesco Maggi, Claudia Crivelli Barella, Michela Delcò Petralli

Perché votare i Verdi

20 Febbraio 2019

Ogni essere umano è parte di un tutto, ed è una parte limitata nel tempo e nello spazio. I politici non sono un’eccezione, ma quando in Gran Consiglio li sento parlare a volte ho l’impressione che se ne dimentichino. Ognuno di noi fa l’esperienza di se stesso, con i propri pensieri, i propri sentimenti, come se fosse separato dagli altri, spesso in competizione e cercando di affermare le proprie idee a scapito di quelle degli altri. La politica è l’arte rituale della guerra…ma è l’arte ritualizzata della guerra l’unico modo di impegnarsi per il bene pubblico? Hanno ragione quelli che dicono che: “tanto non cambia mai niente”? “i politici sono tutti uguali”? Dopo otto anni in Gran Consiglio potrei avere la tentazione di rispondere che sì, la lotta tra i gruppi e tra le persone è l’unico modo di fare politica e di altri sistemi che vengano ascoltati non esistano. La tentazione potrebbe magari servirmi a coprire la delusione, che diventa una sorta di prigione, in quanto non tutto si è potuto svolgere come si era pensato: l’impressione di aver raggiunto poco, solo perché non si è raggiunto tutto, è forte. Ma piccoli segni di cambiamento si vedono ogni giorno, se si ha voglia di cercarli e di apprezzarli. Il nostro compito in politica, come partito non asservito a nessun potere, è quello di continuare a essere liberi di dire le cose che forse non fanno parte dell’agenda di un Parlamento, ma che sono importanti per tutti: dobbiamo allargare il cerchio di chi beneficia del nostro lavoro. Non solo le donne e gli uomini che vivono nel Canton Ticino, ma anche animali e territorio che non hanno voce: solo noi possiamo dargliela all’interno della politica, preservandone bellezza e ricchezza per le prossime generazioni. Se non lo facciamo noi Verdi, non lo farà nessuno. Il primo e più importante obiettivo che possiamo perseguire, come Verdi, è quello che unisce amore e pratica. O perseguiamo i nostri obiettivi con amore e con-passione oppure, come si vede spesso in Parlamento, rimaniamo bloccati in un caos quotidiano fatto di piccole beghe senza senso e di interessi di bottega. I Verdi sono e devono rimanere diversi: non lavoriamo per noi stessi, lavoriamo oggi per le generazioni che verranno. Obiettivi pratici e attuali, validi a lunga scadenza…eccone alcuni esempi: un posto di lavoro di qualità e vicino a casa in modo da permetterci di lavorare assieme alle persone con cui condividiamo la vita di quartiere; un Cantone che investa per rendersi indipendente dal punto di vista energetico grazie alle energie rinnovabili; l’apertura verso chi voglia venire a vivere in Ticino e creare ricchezza in modo duraturo amando il territorio; un governo che metta al primo posto non la crescita economica ma la crescita della soddisfazione dei propri cittadini e cittadine, ed una cultura politica di qualità. Forza Verdi!

Intervento sulla mozione Shems (speranza) – accoglienza profughi

19 Febbraio 2019

In occasione della discussione parlamentare sulla mozione in oggetto, ecco il mio intervento. Qui trovate tutti i documenti: messaggio governativo, rapporto di maggioranza e di minoranza. 

Premesso che alleviare una sofferenza è un dovere etico da compiere tempestivamente, capire le cause che la provocano è un dovere intellettuale a cui consegue l’impegno politico di provare a rimuoverle. Il nostro modo di vivere, che non è compatibile con la biosfera, non è l’unica alternativa alle privazioni del modo di vivere dei migranti. Facciamo uno sforzo per immaginare un mondo diverso dal nostro e da quello di chi deve fuggire dalla propria terra, per responsabilità delle quali non possiamo crederci del tutto assolti: per esempio, una società in cui la tecnologia sia finalizzata a ridurre l’impronta ecologica e non ad aumentare la produttività; in cui il benessere s’identifichi con la possibilità di garantire a tutti di far fruttare i propri talenti. Se non si pongono queste domande, i sostenitori limpidi dell’accoglienza rischiano di diventare i cavalli di Troia dei sepolcri imbiancati, che si fanno paladini dell’accoglienza per trasferire al servizio delle società opulente coloro ai quali le società opulente hanno già tolto il necessario per vivere nella loro terra. Ciò detto, considero l’accoglienza un privilegio e un dovere di chi può offrire di più, in questo caso il Ticino e la Svizzera. Sull’accoglienza dei migranti le parole più profonde le ha pronunciate papa Francesco. Lo scorso 14 gennaio, in occasione della Giornata del migrante e del rifugiato, ha parlato delle paure che suscita l’immigrazione. Paure “legittime, fondate su dubbi pienamente comprensibili da un punto di vista umano”, perché “non è facile entrare nella cultura altrui, mettersi nei panni di persone così diverse da noi, comprenderne i pensieri e le esperienze”. Paure, dunque, che non costituiscono un peccato, perché: “Peccato è lasciare che queste paure determinino le nostre risposte, condizionino le nostre scelte, compromettano il rispetto e la generosità. […] Peccato è rinunciare all’incontro con l’altro, con il diverso, con il prossimo, che di fatto è un’occasione privilegiata d’incontro con il Signore”. Le parole del Papa sottolineano l’importanza dell’incontro con l’altro come fondamento del nostro essere umani. E c’invitano a impedire che la paura dello straniero diventi il criterio delle nostre scelte e dei nostri giudizi. Parole sulle quali tutti dovrebbero riflettere, ma in particolare chi sta cercando di trasformare una tragedia umanitaria in una questione di sicurezza e ordine pubblico. Certe misure hanno l’evidente scopo di ostacolare l’accoglienza e rendere plausibili, anche sulla base di un’informazione tendenziosa o apertamente manipolata, azioni che trascendono ogni limite etico, ogni senso minimo di umanità. L’obbiettivo è rappresentare il migrante come un pericolo e un potenziale criminale, comunque sia una persona da respingere, arrestare o respingere il più presto possibile. Azioni favorite dal vuoto o dalla debolezza legislativa (un trattato come quello di Dublino va contro ogni principio di condivisione e corresponsabilità) e da accordi internazionali che appaltano la “gestione” dei migranti a dittature repressive come la Turchia o Stati in mano a bande armate e gruppi criminali come la Libia. Azioni infamanti di cui l’Europa – culla dei diritti umani e della democrazia – dovrà un giorno rendere conto. È fondamentale allora, a fronte di tale emorragia di umanità, denunciare le violenze, le ipocrisie, le manipolazioni. Non si tratta – come dicono gli impresari della propaganda – di essere “buonisti”, ma di esercitare la ragione e l’analisi onesta delle cose, quindi proporre misure che tengano conto della realtà e non la occultino sotto la grancassa degli slogan. L’immigrato non è il “nemico”, semmai la vittima. Le migrazioni ci sono sempre state, fanno parte della storia dell’umanità. Ma se hanno toccato negli ultimi trent’anni i picchi che conosciamo è a causa di un sistema politico ed economico che ha prodotto laceranti disuguaglianze, sfruttato e depredato intere regioni del pianeta, concentrato enormi patrimoni in poche mani, dichiarato guerre per l’appropriazione esclusiva delle materie prime. E, di conseguenza, costretto milioni di persone a lasciare gli affetti, i legami, le case. Ma se le cose stanno così, chi è il “nemico”: gli immigrati o un sistema economico che il Papa ha definito “ingiusto alla radice”, e una politica che l’ha favorito, spalleggiato, se non addirittura rappresentato?

Il corso della storia non lo si può fermare, ma lo si può certo governare. E governare significa cominciare a ridurre le disuguaglianze e le ingiustizie, gli squilibri sociali e climatici, facendo in modo che ogni persona, a ogni latitudine, possa vivere una vita libera e dignitosa: lavorare, abitare, aver garantite istruzione e assistenza sanitaria. Solo così la migrazione può essere contenuta in limiti fisiologici, smettere di essere un disperato esodo di massa che nessun muro o legge potrà mai fermare. Per governare fenomeni globali occorrono risposte globali, con buona pace della retorica “sovranista” e delle sue allarmanti derive nazionaliste, fasciste e razziste. C’è chi afferma che questa risposta globale sia un’utopia dettata appunto dal “buonismo”. Ma allora era buonismo anche quello che ha ispirato la Dichiarazione universale dei diritti umani e la Convenzione di Ginevra sui rifugiati nel 1951. Documenti che hanno archiviato una stagione di barbarie, inaugurandone una di libertà e democrazia.

Nessuno di noi, nel momento in cui è venuto al mondo, sarebbe sopravvissuto se non fosse stato accolto: l’accoglienza è vita che sorregge la vita.

Per questi motivi, sosterremo il rapporto di minoranza.

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4 Febbraio 2019

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