Non cediamo ai ricatti del Governo

12 Aprile 2018

I ricatti al giorno d’oggi vengono chiamati dal Governo ticinese “riforme fiscali equilibrate”. In realtà di un vero e proprio ricatto si tratta: accettare gli sgravi fiscali ai milionari che, poverini, pagano già troppe tasse e potrebbero andarsene se non li sgraviamo ancora di più, e ricevere in contropartita alcune minime misure sociali. Attenzione: il 29 aprile voteremo solo la riforma fiscale, e non queste minime seppur doverose misure sociali. Bocciando gli sgravi sociali per i ricchi bloccheremo però anche la manovra che Governo e i partiti che in quel Governo ci siedono da tempo immemore stanno pian piano sdoganando, vale a dire un meccanismo che viene riproposto a intervalli regolari in nome di un miglioramento dell’economia cantonale: si comincia con sgravi a pioggia per aziende e multi milionari (52 milioni in questa tornata), poi a fronte di deficit strutturali si tagliano le prestazioni dello Stato, in particolare quelle sociali con la spiegazione che tutti devono contribuire a risanare le finanze dello Stato: negli ultimi anni ci sono stati 50 milioni di tagli agli aiuti dei ceti meno abbienti. Esattamente le cifra che ora si vorrebbe regalare ad imprese e ricchissimi. La novità di questa tornata di regali fiscali è appunto questa commistione tra gli sgravi, che tolgono soldi allo Stato, e degli aiuti sociali che sembrano più un’elemosina piuttosto che degli aiuti veri e propri. Una cosa non dipende dall’altra: non lasciamoci ingannare da chi negli ultimi venti anni ha riempito il Ticino di capannoni distruggendo il territorio e intasando le nostre strade ed i nostri polmoni. Se proprio dobbiamo parlare di sgravi fiscali è giunto il momento di pensare ed applicare una riforma fiscale che possa fungere da trampolino di lancio per la necessaria trasformazione ecologica e sociale dell’economia ticinese. Quindi, invece di sgravi a pioggia, si dovrebbero introdurre solo sgravi mirati per le aziende virtuose, quelle che assumono prevalentemente o solo residenti con buone condizioni di lavoro e a salari svizzeri, quelle che si dotano di piani di mobilità aziendale efficaci, quelle che utilizzano solo energia rinnovabile o compensano completamente le loro emissioni dannose per il clima, quelle che producono pochi rifiuti e riciclano. Per andare finalmente in questa direzione virtuosa bisogna iniziare da un convinto NO il 29 a regali fiscali per aziende e multimilionari.

Basta smantellare posti di lavoro FFS a Chiasso e nel Mendrisiotto!

10 Aprile 2018

Assieme ai colleghi granconsiglieri del Mendrisiotto abbiamo inoltrato il seguente atto parlamentare.

In questi ultimi anni il dibattito politico ticinese in merito alle politiche di risparmio messe in atto dalle FFS nel nostro Cantone ha scaldato gli animi. Non si può per esempio, non pensare alle Officine di Bellinzona, le quali hanno scongiurato la chiusura definitiva della loro attività anche grazie ad una insurrezione giustificata a tutela dell’occupazione locale.

Ma le Officine non sono l’unico luogo di risparmio individuato dai super manager delle FFS. La nostra regione, in particolare Chiasso, negli ultimi decenni ha visto drasticamente ridurre i posti di lavoro che venivano offerti dall’ex regia federale.

Già nel 2011 il Collega Luca Pagani con il sostegno dei Deputati del Mendrisiotto inoltrò al Consiglio di Stato un’interpellanza dal titolo “drastica riduzione di posti di lavoro alle Officine FFS Cargo di Chiasso: non perdere il treno!”. La risposta non fu rassicurante e quanto sta accedendo oggi sembrerebbe esser in linea con le preoccupazioni di allora, tutto questo nonostante nella risposta governativa del 2011 fu chiaramente scritto che “il mantenimento delle Officine di Chiasso è coerente con i notevoli investimenti decisi dalle FFS per rivalutare e potenziare l’importante funzione nazionale e internazionale della stazione di confine per il traffico passeggeri e per quello merci. Il fatto che recentemente FFS Cargo abbia deciso di riaprire in Ticino un ufficio vendita, con sede proprio a Chiasso, conferma che attorno all’infrastruttura ferrovia di confine vi è ancora un interessante potenziale di sviluppo, a maggior ragione se integrato nel concetto più globale di Centro di competenze in materia di trasporto e mobilità ferroviaria.”

Ad oggi ci troviamo ulteriormente confrontati con la cancellazione di numerosi posti di lavoro e nello specifico nei seguenti settori:

  • Funzionari dirigenti;
  • Servizio pulizia carrozze:
  • Servizio di manovra;
  • Officine;
  • Controllori veicoli;
  • Verificatori;
  • Servizio alla clientela;

Ricordiamo che a Chiasso erano impiegati oltre 1’000 dipendenti assunti dalle FFS e che ad oggi si può stimare una presenza che non supera i 500.

Calcolando lo sforzo e i sacrifici che Chiasso e il Mendrisiotto hanno dato a favore delle FFS (solo a Chiasso vi sono 110 chilometri di binari!!!) risulta incomprensibile come negli anni l’ex regia federale abbia potuto e voluto dismettere in modo così drastico alcuni servizi presenti nella Stazione Internazionale di Chiasso.

Negli ultimi mesi è poi stato annunciato in pompa magna dal CEO Andreas Meyer che a Chiasso verranno investiti 200 milioni di franchi a favore della stazione. Ma in verità, parlare di investimento sembra ancora una volta illusorio dal momento in cui questi soldi servirebbero per sistemare stabili ormai prossimi allo sfascio e a creare le infrastrutture necessarie per spostare e cancellare ulteriori posti di lavoro da Chiasso!

Alla luce di quanto sopra esposto chiediamo al Lodevole Consiglio di Stato:

  1. Una radiografia dei posti di lavoro FFS a Chiasso e nel Mendrisiotto a partire dal 1990 ad oggi;
  2. Se alla domanda 1 dovesse essere confermata l’emorragia di qui si parla nell’introduzione dell’atto parlamentare, chiediamo cosa intende e cosa può fare il Governo a salvaguardia degli ultimi posti di lavoro nella città di confine?
  3. Corrisponde al vero che una parte dei 200 milioni serviranno a far sì che vi saranno ulteriori cancellazioni di posti di lavoro a Chiasso?

Con distinti ossequi.

Giorgio Fonio, Maurizio Agustoni, Claudia Crivelli Barella, Lisa Bosia Mirra, Ivo Durisch, Sebastiano Gaffuri, Ivano Lurati, Daniele Caverzasio, Natalia Natalia Ferrara, Luca Pagani, Giovanni Pagani, Massimiliano Robbiani, Matteo Quadranti

INTERROGAZIONE – PCAI-Mendrisiotto e acquedotto a lago

28 Marzo 2018

Interrogazione al Consiglio di Stato ticinese, forse un po’ tecnica alla lettura,  ma che pone quesiti essenziali sull’acquedotto a lago. (NOTA DEL 1. GIUGNO 2018: ECCO LA RISPOSTA DEL CONSIGLIO DI STATO: Int. 47.18 – RG 2442 del 30.05.2018)

Nella risposta dell’11 ottobre 2017 alla nostra interpellanza dell’11 settembre il Consiglio di Stato ha confermato la necessità impellente di realizzare l’acquedotto a lago. Mancano però dati precisi riferiti ai Comuni membri del Consorzio ARM per sostanziare questa affermazione e conseguentemente in chi legge sorgono nuove domande, non solo sul PCAI del Mendrisiotto, ma in generale sulla politica in materia di approvvigionamento di acqua, anche alla luce della risposta del febbraio 2017 all’interpellanza “Pozzo Polenta e pianificazione del territorio”.

Di conseguenza poniamo le seguenti domande, partendo da alcune vostre affermazioni:

  1. Nella vostra Risposta motivate la necessità di costruire l’acquedotto a lago con la volontà di “garantire la continuità di un servizio pubblico indispensabile” poiché emergenze idriche in diversi comuni ticinesi hanno dimostrato l’importanza ma anche la vulnerabilità delle fonti di approvvigionamento. (pagina 1). In seguito fate riferimento alla dismissione dei pozzi Pra Tiro e di San Martino che porteranno a un ammanco di acqua (pagina 2). Infine nella lettera del 22 giugno 2017 (pagina 2), allegata alla Risposta, affermate che la tappa a lago deve essere anticipata perché altrimenti le infrastrutture già realizzate per il PCAI-VM rischierebbero danni significativi e perché il Laboratorio Cantonale impone il risanamento di alcune infrastrutture per le quali si prevede la dismissione.

1.a La ragione della necessità di realizzare subito la tappa a lago risiede prioritariamente in una tra le spiegazioni sopracitate o nella concomitanza di tutte queste cause?

1.b Perché quando si sono allestiti i PCAI-M 2005, variante 2014 e PCAI-VM non ci si è resi conto subito di questa necessità?

1.c Comporta qualcosa per il Consorzio ARM e i comuni consorziati la fusione della tappa 0 (messa in rete) e della tappa 1 (acquedotto a lago) a livello di statuti e di operatività?

1.d Potete spiegare cosa lega il PCAI-M al PCAI-VM?

1.e Quali sono i pozzi, le sorgenti e altre fonti di approvvigionamento che saranno dismessi secondo il PCAI-M? Chiediamo un elenco delle fonti con i relativi dati tecnici e le motivazioni della loro dismissione; nonché, se esistenti, le loro future destinazioni.

1.f Ci sono giunte più voci – purtroppo comprovate dalla pianificazione in corso sui terreni del Pozzo Polenta – sul fatto che in merito ai terreni un tempo soggetti alle zone di protezione (che ne impedivano l’edificabilità) vi siano progetti riconducibili alla speculazione edilizia favorita dai Municipi della regione; 1.f.1 il Cantone non ha alcuna possibilità di imporre il mantenimento delle fonti che saranno dismesse per riconvertirle all’uso industriale e agricolo o altro? 1.f.2 Il progetto di legge sulla gestione delle acque prevede una maggiore possibilità di intervento in termini di protezione del Cantone rispetto ad oggi in materia di pianificazione del territorio in conflitto con le fonti di approvvigionamento ?

  1. Il valore massimo del limite riconosciuto per il sussidiamento di opere di PCAI è stato ridotto da 500 l/g/AE a 450 l/g/AE “conformemente alla tendenza svizzera in atto”. “Per alcuni comprensori, sulla base dei consumi storicamente rilevati, tale fabbisogno è stato calcolato in 400 l/g/AE”. Il valore di 450 è davvero pari (o molto vicino) al valore svizzero/del resto della Svizzera? Qual è la soglia “svizzera”?

2.a quali sono i comprensori per i quali valgono 400 l/g/AE?

2.b quali sono i comprensori per i quali vale il valore di 450 l/g/AE?

2.c come si situa il Mendrisiotto in questa graduatoria dei fabbisogni?

2.d ritenete corretto da un punto di vista scientifico e legale (art. 2c LApp) fondare sui “consumi storicamente rilevati” il fabbisogno che determina il valore massimo? Infatti, a parere degli scriventi in una tipologia “storica” del genere rientrano comuni che hanno lasciato sprecare acqua senza controllo (come avvenuto per decenni) o che hanno destinato acqua potabile ad uso industriale …

2.e Invitiamo ad allegare una tabella con i consumi annuali degli ultimi 9 anni (2009-2017) per i singoli comuni aderenti al Consorzio ARM. Si chiede anche la produzione della “verifica sui consumi di punta” citata a pag. 2 della vostra risposta.

2.f Quanto è il quantitativo complessivamente consumato di acqua potabile nei comuni aderenti al Consorzio ARM? Quale è il quantitativo di acqua potabile consumato da abitanti residenti? E quello utilizzato dalle industrie? Quale è la percentuale del settore industriale su quello complessivo e in quali comuni si concentra? Si chiede di avere tabelle coi dati specifici per comuni e per suddivisione di consumatori.

  1. Quali comuni del Consorzio ARM hanno adottato per le industrie esistenti sul loro comprensorio comunale un allacciamento (acqua riciclata o da fonti dismesse) diverso da quello dell’acqua potabile proveniente dagli acquedotti?
  2. Nella Risposta riferite che la maggior parte dei comuni consorziati è all’avanguardia nella ricerca delle perdite. Potete fornire i dati di quali comuni stanno provvedendo in questo senso e quanta acqua è stata risparmiata negli ultimi anni?
  3. Un dato che emerge anche dalla vostra risposta è che la forte urbanizzazione mette a rischio certe fonti di approvvigionamento primarie:

5.1 perché quando come Cantone dovete analizzare i Piani regolatori o varianti di PR oppure dovete analizzare domande di costruzione che potenzialmente possono risultare in contrasto con la sicurezza di queste fonti primarie non intervenite seriamente e responsabilmente imponendo restrizioni e protezioni assolute di queste fonti?

5.2 Non ritenete che debba essere data priorità assoluta alla sicurezza di queste fonti di approvvigionamento primarie invece che a interessi contingenti di urbanizzazione?

  1. La LApp risale al 1994 e malgrado le sollecitazioni fatte tramite atti parlamentari di Francesco Maggi e Bruno Storni non è mai stato elaborato il regolamento di applicazione (cfr. anche il M. 6766 del 27 marzo 2013, p. 7 che rispondeva alle mozioni Maggi e cofirmatari e Storni e cofirmatari). Negli ultimi anni la giustificazione alla mancanza di un regolamento è stata che era in elaborazione una nuova legge. In effetti, nel 2016 il Consiglio di Stato ha messo in consultazione la legge sulla gestione delle acque: a che punto si trova questo progetto di legge?
  2. Nella vostra Risposta (ris. gov. 440 dell’8 febbraio 2017) spiegate la procedura di abbandono delle zone di protezione nei seguenti termini: “Per parallelismo delle forme, per lo stralcio delle zone di protezione è necessario seguire analoga procedura. Il Consiglio comunale, su richiesta del Municipio, ratifica l’abbandono delle zone e il Consiglio di Stato decide lo stralcio e l’abrogazione delle restrizioni di diritto pubblico. Il Consiglio comunale può esprimersi sullo stralcio nell’ambito di un messaggio municipale ad hoc o per atti concludenti nell’ambito di messaggi inerenti la tematica, la cui approvazione comporta implicitamente la ratifica della decisione di abbandono di una captazione. Il riferimento va ad esempio a crediti per finanziare modalità di approvvigionamento idrico alternative, per finanziare appunto la dismissione di un pozzo ad uso potabile, oppure all’approvazione di pianificazioni comunali che collidono con le zone di protezione, quali ad esempio un piano regolatore (PR) o un piano generale dell’acquedotto (PGA). Nel caso specifico del Pozzo Polenta, il Consiglio comunale del Comune di Morbio Inferiore in data 22 aprile 2013 ha aderito al Piano Cantonale di Approvvigionamento Idrico del Mendrisiotto (PCAI-M) e al relativo consorzio ARM (Acquedotto regionale Mendrisiotto) che sarà chiamato a realizzare le opere. Queste adesioni fanno ritenere che il legislativo comunale si sia espresso, per lo meno indirettamente in merito all’abbandono del pozzo Polenta come fonte di approvvigionamento di acqua potabile, previsto appunto a PCAI.
    • In molti casi avviene un abbandono “implicito” o “indiretto” da parte dei Consigli comunali che spesso non approfondiscono i progetti assai complessi legati a questo tema. Non ritenete che per avere un vero processo democratico si debba obbligare i Municipi a sottoporre messaggi municipali ad hoc per l’abbandono di fonti di approvvigionamento?
  1. Nella recentissima interrogazione “Microplastiche” nei nostri laghi, c’è da preoccuparsi? del deputato Galeazzi e cofirmatari si solleva il problema dell’inquinamento causato da queste sostanze, così come l’interpellanza Beretta Piccoli – Quadranti sollevava nel 2016 il problema dei pesticidi. In merito al PCAI-M sulla stampa abbiamo letto in passato che la futura captazione a lago è sicura poiché sono sati fatti i monitoraggi che hanno stabilito la salubrità dell’acqua.
    • desideriamo che siano messi a disposizione i dati dei monitoraggi effettuati, con in particolare le indicazioni dei periodi del monitoraggio e di quali sostanze sono state oggetto di monitoraggio.
    • Oggetto di analisi sono state anche le microplastiche?
  1. Chiediamo la produzione dei documenti citati nella risposta:

– risoluzione di adozione del PCAI-M del 2005 + Relazione tecnica del 9 ottobre 2006 (citata nel M. 6766 del 27 marzo 2013);

– risoluzione di adozione del PCAI-M del 2014 e relativa Relazione tecnica;

– bilancio delle opere eseguite e proposta di piano di intervento allestito dal Consorzio ARM

  1. Pur apprezzando che si approfitti di lavori dell’USTRA per contenere i costi, gli scriventi lamentano che i crediti per queste opere vengano sottoposti al Gran Consiglio quando le opere sono già state eseguite, privando di scopo – di fatto – l’esame della questione da parte del Legislativo. Non reputa il Consiglio di Stato che il Gran Consiglio andrebbe interpellato non appena sorga l’opportunità di usufruire di lavori dell’USTRA (o casi analoghi) in modo da non svilire il suo ruolo? Se sì, come intende procedere per il futuro?

Con ossequio,

Claudia Crivelli Barella, Francesco Maggi, Tamara Merlo

La prostituzione non è un lavoro

26 Gennaio 2018

Ho votato contro la nuova legge sulla prostituzione, perché moralmente, eticamente e filosoficamente non posso accettare una legge che avalli la prostituzione come un lavoro qualsiasi, in piena offesa della dignità di ogni donna e della sacralità del corpo umano. Giusto combattere la tratta degli esseri umani, sulla quale il business della prostituzione pone le proprie fondamenta, ma questo è possibile anche senza l’ipocrisia di fingere che esistano donne libere disposte a prostituirsi. Numerosi studi mostrano come anche le donne che credono di scegliere liberamente il meretricio, siano in realtà vittime di abusi infantili o di un senso di inadeguatezza dovuto alla propria storia di vita che è possibile curare attraverso un percorso terapeutico, piuttosto di accettarlo per ipocrita e vile convenienza, in pura mentalità patriarcale, e per una manciata di soldi in più nelle tasse. Immaginate un istante se la prostituzione fosse esercitata al 99% da uomini: assisteremmo, giustamente, ad un insorgere contro i diritti umani fondamentali! In realtà, ciò sarebbe impossibile perché noi donne sappiamo che tutti gli esseri umani sono anime incarnate in un corpo, e siamo tutte (religiose e non) consapevoli della sacralità del corpo umano. Non è possibile pensare di poter sottomettere attraverso il denaro un corpo, e sfruttare le diseguaglianze sociali, pena il misconoscimento della sua sacralità. E questo aldilà e a prescindere da discorsi moraleggianti: la sessualità è un valore e una forza potentissima, che occorre celebrare e difendere. E smettiamola di dire che la prostituzione sarebbe il mestiere più antico del mondo e che bisogna accettarla, insultando le donne e gli uomini allo stesso tempo. Il furto è un modo ben più antico di procurarsi di che vivere, ma non per questo fondiamo un sindacato dei ladri e avalliamo il suo esercizio! Ponendo il corpo umano e il sesso nel regno del mercato, il sistema della prostituzione rafforza l’oggettivazione di tutte le donne e dei loro corpi. Si tratta di una violazione diretta dell’integrità fisica e morale delle persone prostituite. La Convenzione ONU del 2 dicembre 1949, adottata dall’Assemblea Generale e ratificata da 17 Stati membri dell’Unione Europea, afferma nel suo preambolo che «la prostituzione e il male che l’accompagna, vale a dire la tratta degli esseri umani ai fini della prostituzione, sono incompatibili con la dignità ed il valore della persona umana». La prostituzione è incompatibile con gli art. 3 e 5 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo, che affermano che «ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona» e che «nessun individuo potrà essere sottoposto a trattamento o punizioni crudeli, inumani o degradanti». Molto meglio il modello svedese della criminalizzazione del cliente: la prostituzione non è un mestiere, bensì un crimine contro la dignità dell’essere umano. Ma da un Cantone disposto a svendere il proprio territorio e a guadagnare dai bordelli non ci si poteva aspettare di meglio.

Semisvincolo di Bellinzona: sarà REFERENDUM

24 Gennaio 2018

Ecco il mio intervento di ieri in Gran Consiglio sul tema del semisvincolo di Bellinzona.

Il traffico attanaglia sempre più il nostro Cantone, ogni giorno migliaia di macchine attraversano il nostro territorio per raggiungere l’Italia, o per proseguire il proprio viaggio verso il Nord Europa. Un traffico costante, che conta circa 1 milione di soli mezzi pesanti annui attraverso il traforo del Gottardo.

A questi si aggiungono circa 55’000 frontalieri che giornalmente, nella misura di circa 1,03 persone per automobile entrano sul nostro territorio, lavorano e rientrano al loro domicilio oltre frontiera la sera.

Non vanno dimenticati neppure i pendolari nostrani, i genitori con (o senza) SUV che portano i figli a scuola, i turisti e coloro che l’automobile la utilizzano per puro piacere o per andare al centro commerciale.

Concretamente tutto ciò si traduce in un’immensa distesa di lamiere che giornalmente si riversa sulle strade causando ingorghi, inquinamento fonico, polveri sottili, ozono e danni all’economia, perché in definitiva anche un artigiano fermo in colonna perde del denaro sprecando del tempo che potrebbe utilizzare per lavorare.

Il traffico ha dei costi, e li ha non tanto per l’automobilista, ma piuttosto per l’intera società. Si calcola mediamente che per ogni franco speso dal singolo automobilista per potersi spostare la comunità è chiamata a coprire con quasi 10 franchi i costi indiretti relativi al traffico motoristico. A titolo di paragone i costi indiretti per quanto riguarda la mobilità dolce ammontano a 8 centesimi per ogni franco speso dall’individuo. I costi sono legati principalmente ai danni alla salute che il traffico causa, problemi sul lungo e medio termine che coinvolgono sempre più i bambini e anziani anche di questo cantone che sono chiamati a respirare un’aria malsana e insalubre.

Dunque un Cantone in difficoltà, complice anche la morfologia del territorio e la vicinanza con l’Italia. Un Cantone che soffre costantemente per i problemi relativi al traffico e all’inquinamento atmosferico.

E come risolvere il fatto che vi è un problema di traffico? Costruendo altre strade che contribuiranno ad incrementarlo?!

Le prime discussioni relative al semisvincolo bellinzonese risalgono agli anni ‘70 e al momento della sua eventuale messa in esercizio a regime saranno passati quasi 60 anni da quel momento. Un percorso, lungo e tortuoso fatto di votazioni popolari talvolta favorevoli ai fautori del cemento e asfalto, e altre volte contrarie. Ma questi 60 anni sono semplicemente lì a dimostrare come si tratta di una soluzione vecchia, vetusta e antiquata per risolvere un problema moderno e sempre più attuale.

Se per tanti anni la risposta ai problemi di traffico è stata quella di aumentare la capacità, ora a questo punto è chiaro che ciò non può funzionare all’infinito. Un’opera come il semisvincolo di Bellinzona va proprio ad aumentare la capacità di raggiungere il centro della Capitale e va quindi in netto contrasto con gli obbiettivi, previsti anche dalla Confederazione, di ridurre il traffico nei centri abitati. Lo testimonia anche lo scarso entusiasmo con un finanziamento soltanto minimo dell’opera da parte dei fondi federali.

Bellinzona, sta avendo un’evoluzione demografica importante, complice un fervore edilizio per certi versi molto preoccupante. La pressione sulle strade è già importante e le zone centrali sono spesso paralizzate negli orari di punta dagli ingorghi. Una situazione che non può che peggiorare quando tutto il traffico da e per il semisvincolo si riverserà nei quartieri adiacenti a Via Tatti, come Via Zorzi, Via Franscini, Via Motta e Viale Portone, compromettendo ulteriormente la possibilità dei mezzi pubblici di avere dei percorsi facilitati e con delle tempistiche favorevoli. Di fatto quello che succederà sarà spostare una parte (tutto sommato piccola) di traffico che attanaglia il borgo di Giubiasco direttamente in centro Città.

Su Giubiasco: è chiaro che questo quartiere sta soffrendo particolarmente gli effetti nefasti del traffico, ma questo messaggio non pone vero rimedio a questa situazione riqualificando l’area e permettendo finalmente ai giubiaschesi di riappropriarsi della loro splendida Piazza. Con l’evolversi del tempo, l’aumentare del traffico porterà nuovamente la qualità di vita dei giubiaschesi alla situazione attuale.

Ecco perché ci vogliono soluzioni che permettano di ridurre il traffico, nel suo insieme, non ragionando come se lo stesso si muovesse a compartimenti stagni. Occorre portare delle alternative, e le stesse non sono mai state prese seriamente in considerazione da questo Parlamento.

Servono trasporti pubblici studiati in maniera partecipativa affinché esista veramente l’alternativa al mezzo privato o perlomeno la possibilità di un trasporto intermodale per le zone più discoste.

Serve una lotta vera ai posteggi abusivi, non previsti a piano regolatore ma che spesso sono ignorati dalle autorità locali, posteggi che nel bellinzonese sono ancora numerosi.

Serve l’applicazione della tassa di collegamento che possa fungere da disincentivo al traffico abitudinario e parassitario di chi avrebbe concretamente la possibilità di muoversi con altri mezzi di trasporto.

Servono maggiori sforzi e vincoli alla mobilità aziendale che possa essere gestita con un supporto operativo maggiore da parte dello Stato.

Servono Park & Ride per i lavoratori frontalieri a ridosso delle stazioni di frontiera affinché costoro possano effettivamente essere fortemente incentivati all’utilizzo del trasporto pubblico.

Servono percorsi di mobilità dolce davvero sicuri e fruibili in ogni stagione, cosa che purtroppo ancora oggi manca.

La politica deve cambiare il proprio paradigma, provare a risolvere il problema alla radice anziché continuare a curare con antibiotici che causeranno danni collaterali. Il traffico deve diminuire, e per raggiungere questo obbiettivo non servirebbero neppure tutti i 65 milioni che oggi volete regalare alla lobby delle strade.

Per questi motivi I Verdi del Ticino si opporranno al credito, e sottoporranno alla popolazione ticinese la loro tesi per cui è giunto il momento di mettere un freno al traffico anziché costruire nuove strade per attirarlo. Insomma: sarà referendum.

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