Interrogazione – Piccole aziende tagliate fuori dai contributi per biciclette aziendali?

1 Luglio 2020

Uno degli effetti positivi della crisi dovuta al Covid 19, per tanti altri versi devastante, è stata la rinascita, a livello mondiale, della bicicletta come mezzo di trasporto.

Infatti è uno dei migliori mezzi per garantire la distanza sociale se si vuole evitare un uso massiccio dell’automobile (spesso guidata da una persona sola).

Tanti governi nazionali, regionali e locali hanno abbracciato e sostenuto questa tendenza con sussidi e nuove piste ciclabili[1]. In Ticino, per alcuni aspetti, pare che si stia andando in direzione opposta.

Ci riferiamo al Decreto esecutivo concernente la concessione di contributi per la mobilità aziendale del 15 marzo 2016[2] e al suo più recente emendamento del 22 aprile 2020 (in piena pandemia Covid-19) che ha ristretto la concessione dell’incentivo alle aziende medio-grandi, attraverso la limitazione del sussidio per la realizzazione di posteggi per biciclette e per l’acquisto di biciclette alle sole aziende con più di 10 dipendenti.

In particolare, nell’articolo 7 – Parametri per il contributo e modalità di pagamento – cpv. b – Biciclette aziendali – è stata introdotta la modifica “per singole aziende con più di 10 dipendenti”.

È difficile comprendere perché, proprio in un periodo nel quale sarebbe più indicato un sostegno alle piccole imprese e alla mobilità sostenibile, sia stata inserita una modifica che esclude dalla possibilità di usufruire di un importante incentivo più del 90% delle imprese del Ticino[3].

Ci risulta anche che la Sezione della mobilità applichi misure sempre più restrittive per la concessione dell’incentivo, con l’argomentazione che le bici aziendali debbano essere condivise, principio non contenuto nel decreto legislativo. Applicando questo criterio le biciclette e e-bikes utilizzate principalmente per il percorso casa – lavoro non sarebbero più sussidiabili. È infatti difficilmente immaginabile la condivisione, da parte del personale di un’ azienda, di una bicicletta utilizzata per questo scopo a meno che i dipendenti abitino tutti nello stesso luogo.

Escludere l’obbligo della condivisione della biciletta dai parametri per l’assegnazione del contributo cantonale (come previsto dal decreto attuale) rappresenta, a nostro avviso, un punto di forza. Il decreto incentiva l’uso della bicicletta grazie al contributo finanziario ma anche alla libertà di scelta: combina infatti un interesse privato con un interesse comune, rendendo le biciclette aziendali ma anche personali. Così le aziende e i loro dipendenti sentono le bici più proprie, le trattano di conseguenza e possono utilizzarle in maniera efficiente per i tragitti casa-lavoro.

Chiediamo pertanto al Consiglio di Stato:

  1. Per quale motivo è stato escluso oltre il 90% delle aziende ticinesi dalla possibilità di beneficiare di un contributo per le biciclette e e-bikes?
  2. Come sono cambiate le richieste di contributi da parte delle aziende e la concessione degli stessi da parte del Cantone dall’introduzione del limite dei 10 dipendenti (Art 7 cpv. b del decreto esecutivo), in termini monetari e in numeri assoluti e relativi?
  3. Corrisponde al vero che il Cantone concede il contributo per le biciclette per la mobilità aziendale solo se queste ultime sono obbligatoriamente condivise all’interno dell’azienda? In caso affermativo come mai questo criterio non è previsto dal decreto esecutivo concernente la concessione di contributi per la mobilità aziendale?
  4. Non ritiene che applicando questo principio si ostacoli l’utilizzo per i tragitti casa – lavoro, mettendo a repentaglio l’obiettivo ultimo del decreto, ovvero la riduzione del traffico motorizzato sulle nostre strade?
  5. Le biciclette sussidiate nell’ambito della mobilità aziendale sono quindi intese per gli spostamenti tra una sede e l’altra di aziende di grandi dimensioni (p.es. campus industriali) o per i tragitti sede aziendale – cliente? Il CdS ritiene che una tale offerta corrisponda alla realtà delle aziende ticinesi e risponda alle loro necessità?

Ringraziamo per le risposte, con stima,

I Granconsiglieri Nicola Schoenenberger, Claudia Crivelli Barella, Cristina Gardenghi, Marco Noi, Samantha Bourgoin, Andrea Stephani

[1] P.es. https://www.ilsole24ore.com/art/fase-2-ecco-tutti-incentivi-arrivo-bici-e-monopattini-ADrQhsN

[2] https://m3.ti.ch/CAN/RLeggi/public/index.php/raccolta-leggi/legge/num/452#_ftnref10

[3] https://www.swissinfo.ch/ita/ticino-terra-di-microimprese–il-91-5–ha-meno-di-10-dipendenti/42827574

MOZIONE – Alimentazione sostenibile nelle mense scolastiche cantonali

10 Giugno 2020

Gli impatti delle nostre scelte alimentari – Davanti all’alloggio e alla mobilità, l’alimentazione è il settore dei consumi e della produzione con il maggiore impatto sull’ambiente in Svizzera (1). La produzione di alimenti richiede prezioso spazio, ingenti quantità di acqua, fertilizzanti, prodotti fitosanitari ed energia (soprattutto fossile) per sostenere i processi meccanizzati e le coltivazioni in serra. Ci sono poi gli impatti derivanti dalla trasformazione, l’imballaggio, la vendita e dalla conservazione delle derrate alimentari, legati soprattutto alle cospicue quantità di energia che queste attività richiedono. Anche il trasporto gioca una parte importante nell’ispessire il carico ambientale della nostra alimentazione, soprattutto nel nostro paese, in cui una parte considerevole dei prodotti alimentari che consumiamo proviene dall’estero o fa capo a filiere produttive internazionali che comportano l’importazione di prodotti, foraggi e mezzi di produzione…

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Interrogazione – Il coronavirus ha infettato anche la libertà d’informazione?

4 Maggio 2020

L’emergenza Coronavirus ha portato il Governo – che da due mesi lavora senza il parlamento – a mettere sotto pressione interi settori della società civile, tra questi anche la stampa.
Secondo una ricerca condotta dall’associazione professionale di giornalisti Impressum, durante l’emergenza in corso in Svizzera, su 130 giornalisti e fotografi circa  ⅓ ha avuto gravi difficoltà per raccogliere la documentazione necessaria e indispensabile per lavorare[1]. Va sottolineato che l’inchiesta di Impressum ha probabilmente fatto astrazione dei giornalisti ticinesi i quali, tutti verosimilmente, hanno subito pesanti restrizioni della loro libertà di operare.

Se ne è parlato lo scorso 27 aprile nella trasmissione radiofonica Millevoci durante una puntata intitolata  “Infodemia, infocrazia,… informazione pubblica nell’emergenza sanitaria”[2].

Dopo la visita, lo scorso 19 marzo, di Alain Berset in Ticino, è entrata in vigore una sorta di legge marziale; i giornalisti sono spariti dalla sala del Gran Consiglio e obbligati a mandare le domande prima della conferenza stampa del Governo. “Inviare le domande prima della conferenza stampa significa fare un po’ la figura dell’idiota. Non so di cosa si parla e faccio domande di stampo generale”, ha detto il direttore del dipartimento dell’informazione della RSI Reto Ceschi. Ben altra la politica informativa scelta da Berna, dove i giornalisti erano presenti, potevano fare domande e chiedere precisazioni, se le risposte non erano chiare. E’ così che dovrebbe funzionare una conferenza stampa, servendo all’informazione della popolazione per il mezzo dei rappresentanti dei media (la sala del Gran Consiglio permette tranquillamente di rispettare delle distanze sociali). Con il parlamento in pausa forzata e la sospensione del normale confronto politico, il ruolo della stampa, come interfaccia tra lo Stato e i cittadini, diventa fondamentale.

Le conferenze stampa del Consiglio di Stato – “simulacri di conferenze stampa che erano uno spettacolo pietoso”, le ha definite Fabio Pontiggia, direttore CdT – senza giornalisti, hanno dato una pessima immagine di sé. È stata impedita la possibilità di interloquire o di chiedere spiegazioni sugli aggiornamenti forniti, precludendo ai cittadini di poter beneficiare di un’ informazione trasparente, e questo per settimane. Ci è voluto l’intervento dell’Associazione Ticinese dei Giornalisti (ATG) per far riammettere i rappresentanti dei media alle conferenze stampa del Governo. Malgrado ciò sembra che alcune difficoltà permangano. Durante la citata puntata di Millevoci, al microfono di Nicola Colotti, Matteo Caratti, direttore de La Regione, parlando del medico cantonale e di eventuali errori nelle case per anziani, ha detto di essersi trovato davanti a un muro di gomma.

I tre direttori hanno inoltre sottolineato più volte di essere ricorsi “a mezzi interni” per ottenere le informazioni necessarie ad informare il cittadino. E’ evidente che obbligando i giornalisti a lavorare in questo modo – negando loro le informazioni necessarie ad informare la popolazione e obbligandoli a ricorrere “ai mezzi interni” –  la cellula di crisi ha perso la possibilità di fornire informazioni univoche e ufficiali, aprendo così la strada alle speculazioni giornalistiche.

Anche il vicedirettore del Caffè, Libero D’Agostino, in un articolo del 5 aprile scorso, denunciava che “Informare ai tempi del coronavirus in Ticino è diventata una corsa ad ostacoli che limita, di fatto, la libertà di stampa”[3].

Il parlamento non si riunisce da mesi e il CdS non permette ai giornalisti di lavorare correttamente. In uno Stato che si pretende democratico, seppure toccato dalla crisi in maniera particolarmente grave, questo modo di operare non ha posto. Tra i 26 esecutivi cantonali, il Ticino è l’unico che ha adottato una via comunicativa tanto drastica.

Chiediamo pertanto al Consiglio di Stato:

  1. Corrisponde al vero che il CdS ha risolto che “tutte le comunicazioni all’opinione pubblica devono essere condivise e coordinate preventivamente con lo Stato maggiore cantonale di condotta”[4]? In caso affermativo, come mai tale risoluzione non è pubblicata sulla pagina dedicata agli atti normativi e decisioni concernenti l’emergenza epidemiologica COVID-19 del Cantone[5]?
  2. Non ritiene tale decisione rappresenti una prescrizione per la libera informazione?
  3. Per quale motivo il CdS ha deciso di limitare, di fatto, non ammettendo i giornalisti nelle proprie conferenze stampa, la libertà stampa attraverso una comunicazione unilaterale che non concede repliche o approfondimenti?
  4. Sulla proposta di chi è avvenuta questa decisione?

Ringraziamo per le risposte, con stima,

I Granconsiglieri: Nicola Schoenenberger, Samantha Bourgoin, Marco Noi, Claudia Crivelli Barella, Cristina Gardenghi, Andrea Stephani

 

[1] https://www.impressum.ch/it/content/details/translate-to-italienisch-impressum-fordert-vom-parlament-dringenden-schutz-der-pressefreiheit/?tx_news_pi1%5Bcontroller%5D=News&tx_news_pi1%5Baction%5D=detail

[2] https://www.rsi.ch/rete-uno/programmi/intrattenimento/millevoci/Infodemia-infocrazia…-informazione-pubblica-nell’emergenza-sanitaria-12891272.html

[3] https://paperlitne.blob.core.windows.net/private/ilcaffe/5000-11-06/54949faf/issue.pdf?st=2020-04-30T15%3A32%3A40.0000000Z&se=2020-04-30T16%3A32%3A40.0000000Z&sr=b&sp=r&sig=klPN8Edf6DpX6MIblSTOXY3kND7cYvXKcGrBV74YDvY%3D

[4] Ibid.

[5] https://www4.ti.ch/poteri/cds/attivita/atti-normativi-e-decisioni-concernenti-lemergenza-epidemiologica-covid-19/

 

INTERROGAZIONE – Esodo delle giovani e dei giovani ticinesi: come contrastarlo?

5 Febbraio 2020

Negli ultimi anni si è parlato spesso di un fenomeno emergente e sempre più importante nella dinamica demografica ticinese, ossia quello dell’emigrazione dei giovani ticinesi. Un approfondimento apparso negli scorsi giorni su “La Regione” ne delinea (nuovamente) le peculiarità e ne sottolinea l’importanza, con un’intervista a Elio Venturelli (1). Il fenomeno interessa in particolar modo le giovani e i giovani tra i 20 e i 39 anni, che in misura di quasi 800 all’anno lasciano il Ticino per recarsi in altri cantoni o all’estero. Negli ultimi 20 anni, in totale quasi 8 mila giovani hanno lasciato il nostro Cantone. Le ragioni di tali spostamenti sono probabilmente da ricollegare alla ricerca di posti di lavoro qualificati o più confacenti ai loro profili professionali e salari adeguati, che il Ticino purtroppo spesso non offre. Spesso ad andarsene sono giovani con una formazione elevata, che nella maggior parte dei casi hanno già un trascorso oltralpe dovuto ai loro studi. Ma non mancano i casi di apprendisti formati in Ticino che decidono di partire per questioni di opportunità professionali e salariali.

Thomas Egger, direttore del Gruppo svizzero per le regioni di montagna intervistato in un servizio RSI di Roberta Porta durante l’estate (2), evidenzia come tale tendenza sia problematica per le regioni d’origine dei giovani emigranti, che perdono forze formate e innovative, potenzialmente in grado di trasmettere nuovi impulsi ed energia al territorio. Anche in un’ottica più pragmatica in cui si considera l’invecchiamento della popolazione, l’ulteriore assottigliamento della popolazione giovanile in Ticino potrebbe portare a considerevoli problematiche aggiuntive in ambito di finanziamento delle pensioni.

È indubbio che qualcosa dev’essere fatto per arginare il fenomeno della fuga di giovani ticinesi. Le giovani e i giovani ticinesi devono poter trovare nel loro cantone d’origine un posto stimolante dove poter tornare a vivere, trovare un lavoro dignitosamente retribuito e confacente alle loro aspirazioni professionali, dove poter sentirsi valorizzati e incoraggiati a mettere al servizio del territorio e del benessere di tutte e tutti le proprie esperienze e la propria formazione.

Alla luce delle considerazioni che precedono, si chiede al lodevole Consiglio di Stato:
– Se conferma le cifre che sono state menzionate nell’approfondimento della Regione e la tendenza all’aumento delle partenze?
– Se è a conoscenza delle principali ragioni per cui questo fenomeno esiste? Se invece non lo è, intende il Consiglio di Stato commissionare uno studio per confermare le varie motivazioni suggerite?
– Se intende mobilitarsi per arginare il fenomeno dell’emigrazione delle e dei giovani ticinesi oltralpe e all’estero;
– Se sì, in che modo intende farlo?
– Ammesso che una delle probabili principali cause dell’emigrazione di giovani ticinesi oltralpe sia la ricerca di un posto di lavoro con una retribuzione maggiore rispetto a quella offerta dal mercato del lavoro ticinese. Come intende affrontare il Governo ticinese questa problematica?
– Un’altra possibile ragione dell’esodo giovanile potrebbe essere l’incompatibilità delle professioni acquisite con l’offerta del mercato del lavoro ticinese. Potrebbe il Consiglio di Stato prendere in considerazione l’idea di potenziare/incentivare in modo dinamico e mirato alcuni settori economici piuttosto che altri sulla base della formazione acquisita dai giovani come soluzione a corto termine? Esempio: se durante gli ultimi 5 anni sono state formate molte persone in ambito sociale/artistico ma in misura minore in ambito tecnico/ingegneristico, sarebbe possibile concentrare maggiormente le risorse finanziarie per incentivare l’offerta di professioni in tale settore piuttosto che in quello tecnico/ingegneristico? Ad esempio, sostenere maggiormente start-up dal carattere sociale/artistico piuttosto che ad alto valore tecnologico per adattarsi alle forze a disposizione in un determinato momento;
– Visto il contesto di crisi climatico-ambientale che stiamo vivendo e l’interesse sempre maggiore che le giovani e i giovani nutrono nella sostenibilità, anche in ambito formativo/professionale, potrebbe il Consiglio di Stato considerare la possibilità di incentivare maggiormente lo sviluppo di attività economiche/di ricerca legate alla sostenibilità e allo sviluppo di soluzioni per far fronte al problema del cambiamento climatico? Magari promovendo lo sviluppo di un centro di competenze ad hoc?
– Sul lungo termine sarà indubbiamente necessario trovare delle strategie per convogliare le giovani e i giovani ticinesi verso professioni in settori indispensabili al benessere della società (sanitario, di cura, scolastico…) che richiederanno sempre più personale. Come intende procedere in questo senso il Governo? Come si riuscirà a garantire un equilibrio tra le necessità del mondo del lavoro e la vocazione/passione personale?
– Quali sono attualmente i programmi cantonali/federali che permettono di facilitare l’inserimento professionale delle giovani e dei giovani ticinesi? Quanti di questi programmi sono accessibili senza doversi iscrivere ad un ufficio regionale di collocamento? Il Consiglio di Stato potrebbe considerare la possibilità di aumentare l’offerta di soluzioni per facilitare l’ottenimento di un primo impiego senza che l’iscrizione a un ufficio regionale di collocamento sia necessaria?
– Dal 2017 è in funzione una piattaforma in cui sono presentati stages formativi offerti in Ticino durante le pause semestrali e rivolti soprattutto alle studentesse e agli studenti in formazione oltre i confini ticinesi. Quali sono i risultati delle edizioni passate? Quante studentesse e quanti studenti hanno potuto effettivamente trovare lavoro in Ticino dopo gli studi grazie a questa offerta? Il Governo intende investire ancora nel progetto aumentando il numero si stages all’interno del cantone e/o posti fissi?

Per i Verdi del Ticino e le Giovani Verdi,
Cristina Gardenghi, Andrea Stephani, Claudia Crivelli-Barella,
Marco Noi, Nicola Schönenberger, Samantha Bourgoin

Fonti:
(1) https://www.laregione.ch/cantone/ticino/1416502/ticino-meno-attrattivo-cervelli-e-pensionati-in-fuga(2) https://www.rsi.ch/news/svizzera/Cervelli-in-fuga-11999927.html

INIZIATIVA CANTONALE: STATUTO SPECIALE PER IL TICINO

23 Agosto 2019

INIZIATIVA CANTONALE (art. 106 LGC): STATUTO SPECIALE PER IL TICINO

La grave situazione di degrado e precarietà in cui versano le lavoratrici e i lavoratori in Ticino ha bisogno di essere fermata. Occorre agire urgentemente per fermare un fenomeno in costante peggioramento esigendo che il Ticino sia riconosciuto come un ‘Cantone a statuto speciale’.

Le condizioni di lavoro per le salariate e i salariati ticinesi sono diventate talmente precarie rispetto al resto della Svizzera che stanno spingendo fasce sempre più ampie della popolazione ai margini della società. Un fenomeno preoccupante che è messo in luce non solo dai crescenti casi di denuncia (come l’ultimo caso riguardante il cantiere AlpTransit, gestito da GCF e Gefer) ma anche dai dati statistici stessi. Il Ticino è infatti la regione del Paese che presenta i livelli salariali più bassi, del 14.4% inferiori rispetto la mediana nazionale, come rilevato dall’Ufficio federale di statistica. In Ticino si registrano complessivamente solo il 4.1% dei posti di lavoro presenti in Svizzera, ma purtroppo ben il 9.9% di quelli a basso salario!  Oltre a ciò, la percentuale di impieghi a basso salario si situa al 24.7%, il doppio rispetto alla media svizzera.

Il Ticino presenta inoltre il maggior tasso di sottoccupazione. Secondo l’Ustat, i sottoccupati registrati in Ticino nel 2015 erano ben 17’000: un fenomeno pericolosamente in crescita visto che il loro numero è più che raddoppiato tra il 2004 ed il 2015. Al contempo, il lavoro interinale sta esplodendo: negli ultimi 13 anni il numero di interinali è infatti salito da 2’312 persone a ben 10’062. Lo stesso discorso vale per il lavoro notificato, che dal 2005 al 2015 è più che triplicato. Oltretutto, il Ticino è il cantone nel quale vengono registrati i maggiori abusi sui luoghi di lavoro, come confermato anche dalla stessa SECO: il 29% delle sanzioni per violazioni delle misure di accompagnamento emesse in tutta la Svizzera arriva proprio dal nostro cantone.

Come se non bastasse, il Ticino si distingue anche per altri tristi e più che preoccupanti dati. Il tasso di povertà è oramai al 15.7% e, come rileva uno studio recentemente pubblicato dall’Ustat, siamo il Cantone più in sofferenza. Il discorso si fa ancora più critico per quanto riguarda il tasso di rischio di povertà: se a livello nazionale si attesta al 17.3%, in Ticino siamo oramai oltre il 31% (dati relativi al 2016).

Il quadro della situazione è allarmante. Le cause sono essenzialmente riconducibili a decenni di politiche liberiste — che hanno destrutturato il nostro mercato del lavoro; all’assenza di vincoli legali e contrattuali a favore dei lavoratori e delle lavoratrici; alla pressione esercitata dalle migliaia di persone che nelle vicine regioni italiane sono rimaste senza lavoro; e alle insensate politiche padronali che mettono in concorrenza i salariati e le salariate, portando nel complesso a un grave peggioramento delle condizioni di lavoro nella nostra regione. Il Ticino ormai è una specie di zona franca nel panorama nazionale dove vigono condizioni di impiego per nulla dignitose e al contempo sconosciute al resto del Paese.

La richiesta di uno statuto speciale per il Ticino fatta già nel 2009 dai Verdi del Ticino, fu approvata dal Gran Consiglio, ma purtroppo bocciata dall’assemblea federale nel 2015. Visto l’ulteriore peggioramento del mercato del lavoro in questi 10 anni è però più che mai necessaria e va quindi riproposta.

Sulla base di quanto esposto e fondandosi sull’articolo 160 capoverso 1 della Costituzione federale, il cantone Ticino presenta la seguente iniziativa:

Il cantone Ticino chiede alla Confederazione entro i limiti di legge, l’introduzione in Ticino e nelle altre zone di frontiera con problematiche analoghe, di una zona a statuto speciale, da intendersi come ambito geografico particolare in cui attuare efficaci contromisure specifiche alle conseguenze negative degli accordi di libera circolazione e agli accordi bilaterali sul mercato del lavoro.

Nicola Schoenenberger, Massimiliano Ay, Samantha Bourgoin, Marco Noi, Claudia Crivelli Barella, Andrea Stephani, Cristina Gardenghi, Lea Ferrari

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