Mozione – Il Parco di Casvegno, Patrimonio Cantonale protetto

11 Maggio 2020

Il Parco di Casvegno fa parte del complesso dell’Organizzazione Sociopsichiatrica Cantonale. Viali e vialetti si diramano come tentacoli tra alberi dalle fronde generose e ampie radure. Qui uno stagno, là una fontana, più oltre una scultura a raccogliere un intimo sguardo. È abitualmente frequentato da persone a passeggio, sportivi in corsa, frotte di studenti di passaggio, vociferanti bambini nel parco giochi, significativamente chiamato “parco dell’amicizia”, situato nei pressi del bar.

La misura della civiltà di un paese è quella del suo rispetto per il verde e per la sua storia. Il verde pubblico promuove il benessere di un Cantone: questo è un dato di fatto che ognuno di noi sperimenta nella vita quotidiana.

Quando è stato creato l’Ospedale Psichiatrico Cantonale, uno degli aspetti più all’avanguardia considerati dai Consiglieri di Stato Giorgio Casella e Achille Borella, fu proprio quello paesaggistico. Nella monografia dedicata all’Ospedale psichiatrico cantonale dalla casa editrice Eckard e Pesch, che si era occupata di preparare una serie dedicata agli ospedali psichiatrici svizzeri, si legge:

Pag. 4: “L’avv. Achille Borella indicava la plaga di Casvegno come ubicazione più felice..”

Pag. 5: “..l’ubicazione di Casvegno non poteva essere più felice: essa consentì di dare all’ospedale quella fisionomia tipica di villaggio suggerita come la più razionale delle esperienze scientifiche..”

Questo rispetto per l’aspetto di villaggio rurale lo ritroviamo, fortunatamente, ancora oggi, ed indiscutibilmente uno dei punti di forza per il benessere dei pazienti è quello di essere un ospedale-villaggio perfettamente integrato nel paesaggio. Oggi il Parco di Casvegno resta una delle ultime isolette di quello che portò diversi osservatori a definire il Mendrisiotto  come la “Toscana della Svizzera”.

Non va inoltre dimenticato che il Parco è situato pure a due passi dall’Istituto agrario cantonale di Mezzana, oltre all’adiacente Parco della Valle della Motta, e occorre pensare alle sinergie possibili in termini di promozione turistica e di incentivazione dei prodotti del territorio ticinese.

Le preoccupazioni degli onorevoli Consiglieri di Stato Casella e Borella meritano di essere ricordate come linee guida di indiscutibile attualità, particolarmente con l’attenzione che abbiamo oggi per la tutela cantonale degli spazi verdi e contro un ulteriore degrado del già duramente bistrattato a livello paesaggistico Mendrisiotto.

Sarebbe un gesto di una valenza altamente simbolica, oltre che un atto concreto e tangibile, che il Cantone si preoccupi, proprio a Casvegno, del benessere psico-fisico dei ticinesi e delle ticinesi presenti e delle prossime generazioni.

Nello Studio Bürgi del 2003 leggiamo sul Parco di Casvegno situato a Mendrisio:

Le strutture impazzite di alberi e arbusti cambieranno aspetto con il passare del tempo e offriranno ai visitatori una sorpresa sempre nuova.

… Un nuovo sentiero non deve condurre in tutto il parco della clinica neuropsichiatrica di Mendrisio, passando per sei follie formate da alberi e arbusti. Le diverse forme di crescita delle piante sottolineano il carattere delle follie verdi: le querce fastigiate piantate in un cerchio formeranno un giorno una radura impenetrabile; alte querce sempreverdi standard piantate in una griglia creano l’impressione di un cubo scuro di alberi mentre le file di sottili cipressi creano diverse illusioni prospettiche …

Con la presente mozione, chiediamo che il Parco di Casvegno, con i suoi edifici di valore storico, venga inserito nei Beni protetti dal Canton Ticino.

Con stima,

Claudia Crivelli Barella, prima firmataria

Maurizio Agustoni, Anna Biscossa, Daniele Caverzasio, Ivo Durisch, Natalia Ferrara, Giorgio Fonio, Sebastiano Gaffuri, Luca Pagani, Matteo Quadranti, Massimiliano Robbiani, Edo Pellegrini, Andrea Stephani, Stefano Tonini

Interrogazione – Il coronavirus ha infettato anche la libertà d’informazione?

4 Maggio 2020

L’emergenza Coronavirus ha portato il Governo – che da due mesi lavora senza il parlamento – a mettere sotto pressione interi settori della società civile, tra questi anche la stampa.
Secondo una ricerca condotta dall’associazione professionale di giornalisti Impressum, durante l’emergenza in corso in Svizzera, su 130 giornalisti e fotografi circa  ⅓ ha avuto gravi difficoltà per raccogliere la documentazione necessaria e indispensabile per lavorare[1]. Va sottolineato che l’inchiesta di Impressum ha probabilmente fatto astrazione dei giornalisti ticinesi i quali, tutti verosimilmente, hanno subito pesanti restrizioni della loro libertà di operare.

Se ne è parlato lo scorso 27 aprile nella trasmissione radiofonica Millevoci durante una puntata intitolata  “Infodemia, infocrazia,… informazione pubblica nell’emergenza sanitaria”[2].

Dopo la visita, lo scorso 19 marzo, di Alain Berset in Ticino, è entrata in vigore una sorta di legge marziale; i giornalisti sono spariti dalla sala del Gran Consiglio e obbligati a mandare le domande prima della conferenza stampa del Governo. “Inviare le domande prima della conferenza stampa significa fare un po’ la figura dell’idiota. Non so di cosa si parla e faccio domande di stampo generale”, ha detto il direttore del dipartimento dell’informazione della RSI Reto Ceschi. Ben altra la politica informativa scelta da Berna, dove i giornalisti erano presenti, potevano fare domande e chiedere precisazioni, se le risposte non erano chiare. E’ così che dovrebbe funzionare una conferenza stampa, servendo all’informazione della popolazione per il mezzo dei rappresentanti dei media (la sala del Gran Consiglio permette tranquillamente di rispettare delle distanze sociali). Con il parlamento in pausa forzata e la sospensione del normale confronto politico, il ruolo della stampa, come interfaccia tra lo Stato e i cittadini, diventa fondamentale.

Le conferenze stampa del Consiglio di Stato – “simulacri di conferenze stampa che erano uno spettacolo pietoso”, le ha definite Fabio Pontiggia, direttore CdT – senza giornalisti, hanno dato una pessima immagine di sé. È stata impedita la possibilità di interloquire o di chiedere spiegazioni sugli aggiornamenti forniti, precludendo ai cittadini di poter beneficiare di un’ informazione trasparente, e questo per settimane. Ci è voluto l’intervento dell’Associazione Ticinese dei Giornalisti (ATG) per far riammettere i rappresentanti dei media alle conferenze stampa del Governo. Malgrado ciò sembra che alcune difficoltà permangano. Durante la citata puntata di Millevoci, al microfono di Nicola Colotti, Matteo Caratti, direttore de La Regione, parlando del medico cantonale e di eventuali errori nelle case per anziani, ha detto di essersi trovato davanti a un muro di gomma.

I tre direttori hanno inoltre sottolineato più volte di essere ricorsi “a mezzi interni” per ottenere le informazioni necessarie ad informare il cittadino. E’ evidente che obbligando i giornalisti a lavorare in questo modo – negando loro le informazioni necessarie ad informare la popolazione e obbligandoli a ricorrere “ai mezzi interni” –  la cellula di crisi ha perso la possibilità di fornire informazioni univoche e ufficiali, aprendo così la strada alle speculazioni giornalistiche.

Anche il vicedirettore del Caffè, Libero D’Agostino, in un articolo del 5 aprile scorso, denunciava che “Informare ai tempi del coronavirus in Ticino è diventata una corsa ad ostacoli che limita, di fatto, la libertà di stampa”[3].

Il parlamento non si riunisce da mesi e il CdS non permette ai giornalisti di lavorare correttamente. In uno Stato che si pretende democratico, seppure toccato dalla crisi in maniera particolarmente grave, questo modo di operare non ha posto. Tra i 26 esecutivi cantonali, il Ticino è l’unico che ha adottato una via comunicativa tanto drastica.

Chiediamo pertanto al Consiglio di Stato:

  1. Corrisponde al vero che il CdS ha risolto che “tutte le comunicazioni all’opinione pubblica devono essere condivise e coordinate preventivamente con lo Stato maggiore cantonale di condotta”[4]? In caso affermativo, come mai tale risoluzione non è pubblicata sulla pagina dedicata agli atti normativi e decisioni concernenti l’emergenza epidemiologica COVID-19 del Cantone[5]?
  2. Non ritiene tale decisione rappresenti una prescrizione per la libera informazione?
  3. Per quale motivo il CdS ha deciso di limitare, di fatto, non ammettendo i giornalisti nelle proprie conferenze stampa, la libertà stampa attraverso una comunicazione unilaterale che non concede repliche o approfondimenti?
  4. Sulla proposta di chi è avvenuta questa decisione?

Ringraziamo per le risposte, con stima,

I Granconsiglieri: Nicola Schoenenberger, Samantha Bourgoin, Marco Noi, Claudia Crivelli Barella, Cristina Gardenghi, Andrea Stephani

 

[1] https://www.impressum.ch/it/content/details/translate-to-italienisch-impressum-fordert-vom-parlament-dringenden-schutz-der-pressefreiheit/?tx_news_pi1%5Bcontroller%5D=News&tx_news_pi1%5Baction%5D=detail

[2] https://www.rsi.ch/rete-uno/programmi/intrattenimento/millevoci/Infodemia-infocrazia…-informazione-pubblica-nell’emergenza-sanitaria-12891272.html

[3] https://paperlitne.blob.core.windows.net/private/ilcaffe/5000-11-06/54949faf/issue.pdf?st=2020-04-30T15%3A32%3A40.0000000Z&se=2020-04-30T16%3A32%3A40.0000000Z&sr=b&sp=r&sig=klPN8Edf6DpX6MIblSTOXY3kND7cYvXKcGrBV74YDvY%3D

[4] Ibid.

[5] https://www4.ti.ch/poteri/cds/attivita/atti-normativi-e-decisioni-concernenti-lemergenza-epidemiologica-covid-19/

 

Interrogazione – Osservatorio astronomico del Monte Generoso

27 Aprile 2020

Signor Sindaco, Signora e Signori Municipali,

avvalendoci delle facoltà date dall’art. 65 LOC e 34 del regolamento comunale, a nome del gruppo Insieme a Sinistra e dei Verdi, presentiamo la seguente

Interrogazione – Osservatorio del Monte Generoso: un barlume di speranza?

Dall’edizione di mercoledì 23 aprile 2020 del Corriere del Ticino (cfr. “Una speranza nel cielo momò”, John Robbiani e Lidia Travaini), apprendiamo di un primo incontro svoltosi ad inizio settimana tra le autorità dei Comuni coinvolti e la direzione della Ferrovia Monte Generoso sulla questione del paventato spostamento oltre Gottardo dell’Osservatorio astronomico del Monte Generoso.

In qualità di estensori del primo atto parlamentare sul tema (cfr. Interpellanza del 23 febbraio 2020, “Non spegniamo la passione per le stelle in vetta al Generoso”) e di promotori della petizione online a favore del mantenimento della struttura – petizione che, ad oggi (le sottoscrizioni sono ancora aperte), vale la pena ricordarlo, ha raccolto oltre 2’200 firme – non possiamo che sperare in una risoluzione positiva della vicenda, ovvero in un ravvedimento da parte della SA che fa riferimento a Migros.

A quanto risulta dalla lettura dell’articolo menzionato in apertura, parrebbe che il nodo da sciogliere per far sì che l’Osservatorio astronomico non venga trasferito sul Gurten sia legato alla gestione della struttura – da parte di enti pubblici o di associazioni private – e verosimilmente all’assunzione dei costi che essa dovrebbe generare.

Ben consapevoli del fatto che ci troviamo in una fase interlocutoria e che le trattative sono appena state avviate, ci permettiamo di interrogare il lodevole Municipio sulle seguenti questioni:

1) Al fine di trovare una soluzione duratura per il finanziamento della struttura e considerata l’importanza cantonale del sito, i Comuni coinvolti non ritengono opportuno coinvolgere il Cantone, chiedendo ad un rappresentante del Consiglio di Stato di sedere al tavolo delle trattative?

2) Sempre a questo proposito e partendo dai medesimi presupposti della domanda precedente, i Comuni coinvolti hanno intenzione di allargare la cerchia degli interlocutori, oltre all’Organizzazione turistica regionale, anche all’Ente Regionale dello Sviluppo del Mendrisiotto e Basso Ceresio?

3) Il Municipio di Mendrisio ha richiesto la sottoscrizione di una lettera di sostegno a favore del mantenimento dell’Osservatorio astronomico a tutti i Comuni del Distretto?

4) A conoscenza del Municipio, quali sono i contenuti della risposta del Dipartimento Educazione, Cultura e Sport (DECS) alla petizione promossa dagli studenti liceali? Il Municipio non ritiene opportuno sollecitare una presa di posizione del Dipartimento o, meglio ancora, dell’intero Consiglio di Stato?

Ringraziando l’Esecutivo per i passi intrapresi nella direzione del mantenimento dell’Osservatorio astronomico e in attesa delle vostre puntuali risposte, porgiamo i nostri migliori saluti.

Per i Verdi: Andrea Stephani, Claudia Crivelli Barella, Daniela Carrara

Per Insieme a Sinistra: Françoise Gehring, Grazia Bianchi, Daniele Stanga, Marion Bernardi

I boschi dei nuovi amori

31 Marzo 2020

In questi giorni, quando esco dalla yurta di isolamento che è diventata casa mia, dove si tengono lunghe sessioni di yoga, pigri pomeriggi di lettura, serate cinema e discussioni animate a cinque, mi immergo nei boschi per cercare un po’ di solitudine. I boschi sono bellissimi, ora: il verde delle prime foglie sugli alberi e nei tappeti erbosi fa pensare agli amori nuovi. Tutto è rinnovamento, incanto e mistero che si svela. Come i nuovi amori, però, nell’estasi si nasconde l’insidia. Tutto ciò che è nuovo attira e riluce, ci chiama fuori da noi dandoci l’illusione di un nuovo inizio. Ma è, appunto, un’illusione: la vita si rinnova restando sempre la stessa. Così come una betulla mette nuove foglie ma non diventerà mai un nocciolo o una quercia, così noi ci rinnoviamo costantemente ma non mutiamo la nostra essenza profonda. Ogni sette anni non abbiamo più una cellula uguale a ciò che eravamo sette anni prima. Eppure, se pensiamo a quando eravamo bambini e al nostro adesso: siamo sempre noi! Perciò non mi piace il termine “cambiamento”, e preferisco lo junghiano “individuazione”, o approfondimento di ciò che si è. Dobbiamo trovarci, non cambiarci. Invece, la nostra società ci spinge incessantemente verso il cambiamento, perché il rinnovamento ci trasforma automaticamente in bravi soldatini dell’economia: quando si cambia, si è indotti ad investire, ad acquistare, a proiettare verso l’esterno un rinnovamento che sentiamo provenire dall’interno. Come i nuovi amori, che vincono il premio assoluto nel processo di dispersione dell’energia: nuovo amore, nuovi abiti, nuovi ristoranti, nuove case, nuovo tutto. Fino al prossimo senso di vuoto, di fallimento o di delusione. Fino all’autunno, quando le foglie cadono e rivelano l’inganno dei nuovi amori. Questo discorso è estremamente disturbante persino alle mie orecchie, perché va contro il mainstream e rischia di venir visto da un punto di vista moralistico-bacchettone. Non è questo, andiamo oltre. Penso che i nostri giorni migliori sono quelli in cui siamo innamorati: lo sguardo un po’ sognante, la voglia di vivere, l’energia sottopelle. L’abbiamo sperimentato con una persona che ci ha fatto intravvedere l’esistenza di una realtà diversa da quella che conoscevamo, ed è stato bellissimo. Poi, è passato. A volte con dolore e patimenti, altre trasformandosi in scelta quotidiana, ovvero in amore. Ciò che resta quando il nostro amato è finito sotto un tram ed è rimasta l’ombra di ciò che era, se capite cosa intendo. Però, se abbiamo provato quella sensazione meravigliosa che è l’innamoramento, sappiamo che ci rende simili a dei: intoccabili dalle umane debolezze, incuranti delle critiche, colmi di energie e di un senso di bontà e di generosità capace di inondare il mondo. Sappiamo anche che l’innamoramento è una fase passeggera, e che ci lascerà in preda a dubbi, rimorsi e rimpianti, quando non proprio con tutte le ossa rotte e la febbre alta. Eppure, sappiamo anche che senza l’innamoramento, la vita non varrebbe la pena di essere vissuta. Che si tratti di una persona, di un figlio, di un animale, di un progetto, di un’idea, di un luogo, di un libro, di qualsiasi cosa abbia senso per noi. A questo penso, guardando il verde tenerissimo delle foglie in questa strana primavera. Mi chiedo come usciremo da questo isolamento, e mi piace pensare migliori, consapevoli di verità arcane che fanno capolino nei momenti critici dell’umanità. Momenti nei quali escono alla luce i valori dell’umanità, della solidarietà, della moderazione e della sobrietà…l’esatto contrario del luccichio malato di quel carrozzone di lusso e di assenza di morale che è diventata la nostra società capitalista e consumista. Ma non mi illudo che sarà così: o meglio, lo sarà per una parte dell’umanità, che resterà probabilmente ancora minoritaria rispetto alla grande maggioranza obnubilata dalla follia dei viaggi low cost, del turismo di massa, degli aperitivi-cena e degli influencer. Cosa possiamo fare, minoranza di camminatori a piedi nudi sulla terra? Come possiamo fare per cancellare dalla faccia della terra la mancanza di rispetto, i saloni per le unghie finte, l’industria della moda che non paga le tasse, la merce prodotta a discapito del rispetto dei lavoratori e dell’ambiente, i trasporti insensati, gli stipendi miliardari dei manager e tutto ciò che ben sapete ?(ok, le unghie finte sono il meno dei mali ma sono significative di un modo di intendere la vita…)

La risposta è, ovviamente, una rivoluzione. “Una rivoluzione ci salverà” è il titolo del libro di Naomi Klein in cui illustra come Il capitalismo non sia più sostenibile. A meno di cambiamenti radicali nel modo in cui la popolazione mondiale vive, produce e gestisce le proprie attività economiche, con i consumi e le emissioni aumentati vertiginosamente, non c’è modo di evitare il peggio. Cosa fare allora? Il messaggio è dirompente: si è perso talmente tanto tempo nello stallo politico del decidere di non decidere, che se oggi volessimo davvero salvarci dal peggio dovremmo affrontare tagli così significativi alle emissioni da mettere in discussione la logica fondamentale della nostra economia: la crescita del PIL come priorità assoluta. “Non abbiamo intrapreso le azioni necessarie a ridurre le emissioni perché questo sarebbe sostanzialmente in conflitto con il capitalismo deregolamentato, ossia con l’ideologia imperante nel periodo in cui cercavamo di trovare una via d’uscita alla crisi. Siamo bloccati perché le azioni che garantirebbero ottime chance di evitare la catastrofe – e di cui beneficerebbe la stragrande maggioranza delle persone – rappresentano una minaccia estrema per quell’élite che tiene le redini della nostra economia, del nostro sistema politico e di molti dei nostri media. La via d’uscita che intravede Naomi Klein non è una Green Economy all’acqua di rose, ma una trasformazione radicale del nostro stile di vita. La buona notizia è che molti di questi cambiamenti non sono affatto catastrofici; al contrario, sono entusiasmanti. Ma noi non sappiamo fare la rivoluzione, siamo troppo pacifici per farlo. E pensiamo che bastino i buoni argomenti per convincere la popolazione. Siamo stati ingenui, e l’abbiamo pagata: il potere non l’abbiamo noi, le chiavi del carrozzone sono saldamente tra le mani di coloro che hanno tutto l’interesse a farlo ripartire al più presto.

Fare quello che va fatto

26 Marzo 2020

Ognuno di noi sta perdendo qualcosa, e se non si tratta di salute o di vite umane, possiamo dirci fortunate (i maschili e femminili sono volutamente distribuiti in parti uguali). Ci sono state tolte le elezioni comunali, e non è certo la cosa più importante, ma per chi vi aveva investito tempo ed energie, comunque un dispiacere. Per chi crede che la democrazia sia un valore anche in tempi di crisi, una disdetta. Una decisione presa da un Governo di uomini. Un Governo molto sotto pressione e che sta facendo bene, ma comunque indiscutibilmente un Governo di soli uomini: mi piace pensare che se ci fosse stata qualche donna a decidere, avrebbe preso una strada più pragmatica e risparmia-energie (ovvero, meno energivora e dispendiosa per la collettività e per i singoli), perché a noi donne scarseggiano diverse cose (potrei aprire una lunga lista di cose che ci mancano, da uomini che ci riempiano di attenzioni a sano egoismo, passando dalla capacità di non distrarsi e di buttare alle ortiche il multitasking che ci consuma anzitempo) ma siamo ricche in senso pratico, ad esempio avremmo scelto di tenere le buste di voto già imbucate, invitare al voto unicamente per corrispondenza e poi conservare le urne fino ad emergenza passata, diciamo fino a settembre, per poi passare allo spoglio e all’entrata in carica dei nuovi e delle nuove municipali e consiglieri comunali. Ma è andata così, tutto nella vita politica così come nella vita societaria è stato congelato, e ne usciremo tutti diversi…con situazioni di vita mutate, con consapevolezze nuove, con parti in meno e parti in più. Spero migliori, anche se non mi faccio soverchie illusioni. In un primo momento, ho pensato che terminare bruscamente la campagna elettorale mi offrisse come dono inaspettato possibilità da cogliere al volo: mandare a quel paese persone insopportabili che si sentono legittimate a chiedere cose e tempo in virtù del fatto che una candidata è ovviamente disponibile al dialogo. Ho pensato: che liberazione poter gettare alle ortiche la “political correctness” e mandare molti a quel paese! Ho pensato di diventare una persona pessima, e di dire tutto ciò che penso. Poi, mi sono accorta che ero da mò una persona piuttosto pessima (sono ironica!), e che non ho mai avuto troppi scrupoli nel dire ciò che penso. Ho taciuto parecchio per non appesantire le vite altrui (virtù che molti dovrebbero, a mio parere, apprendere…). Vero. Ho ammorbidito le pillole, addolcendo un po’ ciò che avevo da dire. Vero. Ma, in fondo, non ho mai omesso di dire delle verità, e a volte l’ho pagata piuttosto cara, ma non me ne pento. Quindi, non posso trasformarmi in una persona pessima, perché già lo sono. Non si cambia mai: si evolve, si trovano strade per essere sé stessi in modi sconosciuti. Di solito, lo diventiamo in maniere del tutto differenti da quelle che avevamo previsto…mentre quando accade esattamente ciò che avevamo desiderato finisce che ce ne rammarichiamo, come ben sapevano gli antichi greci: quando gli dei vogliono punire gli esseri umani, realizzano i loro sogni. Quindi, in questo periodo potremmo pensare che siamo alquanto cari e care alle divinità, siccome non ci risparmiano pene e patimenti. Ciò che voglio dire oggi è che la politica ci è stata negata, e ci accorgiamo ora come mai che tutto è politica. Ho deciso di non firmare nessun atto parlamentare né lettera pubblica in questo periodo, per non sovraccaricare un sistema che soffre sotto il peso di questo virus che ci ha messi a terra (letteralmente, e non solo in senso negativo…il contatto con la terra è essenziale sotto svariati punti di vista). Ma ho deciso di riattivare questo blog per delle riflessioni politiche. Con la premessa che tutto è politica, quindi facilmente parlerò di alberi e di amore, di famiglie e di solitudini. Stay tuned, stay a little foolish. Consiglio numero uno: trovate il tempo ogni giorno per fare qualcosa che vi va. Anche più di un’ora, anche una settimana o una vita intera.

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