I boschi dei nuovi amori

31 Marzo 2020

In questi giorni, quando esco dalla yurta di isolamento che è diventata casa mia, dove si tengono lunghe sessioni di yoga, pigri pomeriggi di lettura, serate cinema e discussioni animate a cinque, mi immergo nei boschi per cercare un po’ di solitudine. I boschi sono bellissimi, ora: il verde delle prime foglie sugli alberi e nei tappeti erbosi fa pensare agli amori nuovi. Tutto è rinnovamento, incanto e mistero che si svela. Come i nuovi amori, però, nell’estasi si nasconde l’insidia. Tutto ciò che è nuovo attira e riluce, ci chiama fuori da noi dandoci l’illusione di un nuovo inizio. Ma è, appunto, un’illusione: la vita si rinnova restando sempre la stessa. Così come una betulla mette nuove foglie ma non diventerà mai un nocciolo o una quercia, così noi ci rinnoviamo costantemente ma non mutiamo la nostra essenza profonda. Ogni sette anni non abbiamo più una cellula uguale a ciò che eravamo sette anni prima. Eppure, se pensiamo a quando eravamo bambini e al nostro adesso: siamo sempre noi! Perciò non mi piace il termine “cambiamento”, e preferisco lo junghiano “individuazione”, o approfondimento di ciò che si è. Dobbiamo trovarci, non cambiarci. Invece, la nostra società ci spinge incessantemente verso il cambiamento, perché il rinnovamento ci trasforma automaticamente in bravi soldatini dell’economia: quando si cambia, si è indotti ad investire, ad acquistare, a proiettare verso l’esterno un rinnovamento che sentiamo provenire dall’interno. Come i nuovi amori, che vincono il premio assoluto nel processo di dispersione dell’energia: nuovo amore, nuovi abiti, nuovi ristoranti, nuove case, nuovo tutto. Fino al prossimo senso di vuoto, di fallimento o di delusione. Fino all’autunno, quando le foglie cadono e rivelano l’inganno dei nuovi amori. Questo discorso è estremamente disturbante persino alle mie orecchie, perché va contro il mainstream e rischia di venir visto da un punto di vista moralistico-bacchettone. Non è questo, andiamo oltre. Penso che i nostri giorni migliori sono quelli in cui siamo innamorati: lo sguardo un po’ sognante, la voglia di vivere, l’energia sottopelle. L’abbiamo sperimentato con una persona che ci ha fatto intravvedere l’esistenza di una realtà diversa da quella che conoscevamo, ed è stato bellissimo. Poi, è passato. A volte con dolore e patimenti, altre trasformandosi in scelta quotidiana, ovvero in amore. Ciò che resta quando il nostro amato è finito sotto un tram ed è rimasta l’ombra di ciò che era, se capite cosa intendo. Però, se abbiamo provato quella sensazione meravigliosa che è l’innamoramento, sappiamo che ci rende simili a dei: intoccabili dalle umane debolezze, incuranti delle critiche, colmi di energie e di un senso di bontà e di generosità capace di inondare il mondo. Sappiamo anche che l’innamoramento è una fase passeggera, e che ci lascerà in preda a dubbi, rimorsi e rimpianti, quando non proprio con tutte le ossa rotte e la febbre alta. Eppure, sappiamo anche che senza l’innamoramento, la vita non varrebbe la pena di essere vissuta. Che si tratti di una persona, di un figlio, di un animale, di un progetto, di un’idea, di un luogo, di un libro, di qualsiasi cosa abbia senso per noi. A questo penso, guardando il verde tenerissimo delle foglie in questa strana primavera. Mi chiedo come usciremo da questo isolamento, e mi piace pensare migliori, consapevoli di verità arcane che fanno capolino nei momenti critici dell’umanità. Momenti nei quali escono alla luce i valori dell’umanità, della solidarietà, della moderazione e della sobrietà…l’esatto contrario del luccichio malato di quel carrozzone di lusso e di assenza di morale che è diventata la nostra società capitalista e consumista. Ma non mi illudo che sarà così: o meglio, lo sarà per una parte dell’umanità, che resterà probabilmente ancora minoritaria rispetto alla grande maggioranza obnubilata dalla follia dei viaggi low cost, del turismo di massa, degli aperitivi-cena e degli influencer. Cosa possiamo fare, minoranza di camminatori a piedi nudi sulla terra? Come possiamo fare per cancellare dalla faccia della terra la mancanza di rispetto, i saloni per le unghie finte, l’industria della moda che non paga le tasse, la merce prodotta a discapito del rispetto dei lavoratori e dell’ambiente, i trasporti insensati, gli stipendi miliardari dei manager e tutto ciò che ben sapete ?(ok, le unghie finte sono il meno dei mali ma sono significative di un modo di intendere la vita…)

La risposta è, ovviamente, una rivoluzione. “Una rivoluzione ci salverà” è il titolo del libro di Naomi Klein in cui illustra come Il capitalismo non sia più sostenibile. A meno di cambiamenti radicali nel modo in cui la popolazione mondiale vive, produce e gestisce le proprie attività economiche, con i consumi e le emissioni aumentati vertiginosamente, non c’è modo di evitare il peggio. Cosa fare allora? Il messaggio è dirompente: si è perso talmente tanto tempo nello stallo politico del decidere di non decidere, che se oggi volessimo davvero salvarci dal peggio dovremmo affrontare tagli così significativi alle emissioni da mettere in discussione la logica fondamentale della nostra economia: la crescita del PIL come priorità assoluta. “Non abbiamo intrapreso le azioni necessarie a ridurre le emissioni perché questo sarebbe sostanzialmente in conflitto con il capitalismo deregolamentato, ossia con l’ideologia imperante nel periodo in cui cercavamo di trovare una via d’uscita alla crisi. Siamo bloccati perché le azioni che garantirebbero ottime chance di evitare la catastrofe – e di cui beneficerebbe la stragrande maggioranza delle persone – rappresentano una minaccia estrema per quell’élite che tiene le redini della nostra economia, del nostro sistema politico e di molti dei nostri media. La via d’uscita che intravede Naomi Klein non è una Green Economy all’acqua di rose, ma una trasformazione radicale del nostro stile di vita. La buona notizia è che molti di questi cambiamenti non sono affatto catastrofici; al contrario, sono entusiasmanti. Ma noi non sappiamo fare la rivoluzione, siamo troppo pacifici per farlo. E pensiamo che bastino i buoni argomenti per convincere la popolazione. Siamo stati ingenui, e l’abbiamo pagata: il potere non l’abbiamo noi, le chiavi del carrozzone sono saldamente tra le mani di coloro che hanno tutto l’interesse a farlo ripartire al più presto.

Fare quello che va fatto

26 Marzo 2020

Ognuno di noi sta perdendo qualcosa, e se non si tratta di salute o di vite umane, possiamo dirci fortunate (i maschili e femminili sono volutamente distribuiti in parti uguali). Ci sono state tolte le elezioni comunali, e non è certo la cosa più importante, ma per chi vi aveva investito tempo ed energie, comunque un dispiacere. Per chi crede che la democrazia sia un valore anche in tempi di crisi, una disdetta. Una decisione presa da un Governo di uomini. Un Governo molto sotto pressione e che sta facendo bene, ma comunque indiscutibilmente un Governo di soli uomini: mi piace pensare che se ci fosse stata qualche donna a decidere, avrebbe preso una strada più pragmatica e risparmia-energie (ovvero, meno energivora e dispendiosa per la collettività e per i singoli), perché a noi donne scarseggiano diverse cose (potrei aprire una lunga lista di cose che ci mancano, da uomini che ci riempiano di attenzioni a sano egoismo, passando dalla capacità di non distrarsi e di buttare alle ortiche il multitasking che ci consuma anzitempo) ma siamo ricche in senso pratico, ad esempio avremmo scelto di tenere le buste di voto già imbucate, invitare al voto unicamente per corrispondenza e poi conservare le urne fino ad emergenza passata, diciamo fino a settembre, per poi passare allo spoglio e all’entrata in carica dei nuovi e delle nuove municipali e consiglieri comunali. Ma è andata così, tutto nella vita politica così come nella vita societaria è stato congelato, e ne usciremo tutti diversi…con situazioni di vita mutate, con consapevolezze nuove, con parti in meno e parti in più. Spero migliori, anche se non mi faccio soverchie illusioni. In un primo momento, ho pensato che terminare bruscamente la campagna elettorale mi offrisse come dono inaspettato possibilità da cogliere al volo: mandare a quel paese persone insopportabili che si sentono legittimate a chiedere cose e tempo in virtù del fatto che una candidata è ovviamente disponibile al dialogo. Ho pensato: che liberazione poter gettare alle ortiche la “political correctness” e mandare molti a quel paese! Ho pensato di diventare una persona pessima, e di dire tutto ciò che penso. Poi, mi sono accorta che ero da mò una persona piuttosto pessima (sono ironica!), e che non ho mai avuto troppi scrupoli nel dire ciò che penso. Ho taciuto parecchio per non appesantire le vite altrui (virtù che molti dovrebbero, a mio parere, apprendere…). Vero. Ho ammorbidito le pillole, addolcendo un po’ ciò che avevo da dire. Vero. Ma, in fondo, non ho mai omesso di dire delle verità, e a volte l’ho pagata piuttosto cara, ma non me ne pento. Quindi, non posso trasformarmi in una persona pessima, perché già lo sono. Non si cambia mai: si evolve, si trovano strade per essere sé stessi in modi sconosciuti. Di solito, lo diventiamo in maniere del tutto differenti da quelle che avevamo previsto…mentre quando accade esattamente ciò che avevamo desiderato finisce che ce ne rammarichiamo, come ben sapevano gli antichi greci: quando gli dei vogliono punire gli esseri umani, realizzano i loro sogni. Quindi, in questo periodo potremmo pensare che siamo alquanto cari e care alle divinità, siccome non ci risparmiano pene e patimenti. Ciò che voglio dire oggi è che la politica ci è stata negata, e ci accorgiamo ora come mai che tutto è politica. Ho deciso di non firmare nessun atto parlamentare né lettera pubblica in questo periodo, per non sovraccaricare un sistema che soffre sotto il peso di questo virus che ci ha messi a terra (letteralmente, e non solo in senso negativo…il contatto con la terra è essenziale sotto svariati punti di vista). Ma ho deciso di riattivare questo blog per delle riflessioni politiche. Con la premessa che tutto è politica, quindi facilmente parlerò di alberi e di amore, di famiglie e di solitudini. Stay tuned, stay a little foolish. Consiglio numero uno: trovate il tempo ogni giorno per fare qualcosa che vi va. Anche più di un’ora, anche una settimana o una vita intera.

Il virus e i vizi

23 Marzo 2020

In questi giorni di isolamento, una buona idea è quella di prendere in mano libri poderosi che fanno apparire quasi positivo il tempo di isolamento. Uno di questi, attinente al periodo che stiamo vivendo, è “I vizi capitali e i nuovi vizi” di Umberto Galimberti, edito da Feltrinelli nel 2003, che si rivela un testo più che mai attuale per comprendere i mali dei singoli individui e soprattutto quelli che riguardano l’intera collettività. Lo studio sui vizi capitali è avvenuto come sappiamo in tempi remoti. Aristotele li definiva “abiti del male”, e hanno subito nel corso del tempo una grande metamorfosi, passando dalla concezione greca di cattive abitudini, all’identificazione medievale di peccati, fino a diventare oggi manifestazioni psicopatologiche, cessando di essere vizi e trasformandosi in malattie. Malattie dello spirito. Ai sette vizi che conosciamo (ira, accidia, invidia, superbia, avarizia, gola, lussuria) Galimberti contrappone altri sette vizi, se vogliamo ancora più inquietanti, che definisce nuovi, perché il loro avvento è piuttosto recente (consumismo, conformismo, spudoratezza, sessomania, sociopatia, diniego, vuoto) e che non hanno sostituito i vizi canonici ma si sono affiancati ad essi. Oggi l’uomo, allo stato attuale delle cose, si trova a fronteggiare non solo un vizio capitale che denota una caratteristica “negativa” della propria personalità, ma anche questi nuovi vizi, non più privati ma collettivi, che affondano cioè le radici nella comunità e ai quali, cosa decisamente allarmante, non sembra poter opporre che un’esigua resistenza. Il vizio capitale per dimensione, gravità, incidenza, non può reggere il confronto col nuovo vizio collettivo e con la sua incontrollata influenza perché quest’ultimo mira dritto al suo fine ultimo: portare alla deriva morale l’intera umanità. Questa crisi, nella sua drammaticità, ci offre l’occasione per ripensare il nostro stile di vita, e tornare ad una vita più autentica, ancorata a valori autentici, lontana dagli aperitivi elettorali e dagli spostamenti insensati, e più vicina all’interiorità, alla Terra e ai gesti semplici della cura, di noi stessi e di chi ci sta vicino. Della Terra, che al momento respira con più agio e ringrazia per la nostra immobilità. Valori d’inquinamento dell’aria scesi sensibilmente, una calma sospesa che invita a riflettere per il futuro, quando torneremo a far festa e ad illuminare il cielo, spero con più rispetto. Ne usciremo più forti, a patto di cambiare rotta, archiviando l’epoca del capitalismo sfrenato verso una nuova consapevolezza.

Una città in cui sia piacevole vivere

7 Marzo 2020

Come si delinea una città in cui sia piacevole vivere? Cosa rende un luogo un buon posto nel quale stare? Io qualche idea ce l’ho, e riguarda essenzialmente la mia esperienza con Mendrisio. Una città piacevole è una città nella quale ci sentiamo a casa, non importa se per una vita o per qualche tempo. Una città nella quale possiamo muoverci a piedi, perché soltanto senza mezzi di locomozione, o al limite con una bicicletta, abbiamo la possibilità di interagire con il tessuto urbano, di sentire il suono dei nostri passi e di scambiare qualche parola con le persone e avere un’interazione di pelle con la realtà circostante: il profumo dell’aria, la qualità delle realtà architettoniche e naturalistiche che possono sorprenderci anche in pieno centro urbano. Una città piacevole è una città nella quale ognuno possa godere di una certa libertà, cercando luoghi di aggregazione o di tranquillità a seconda delle esigenze del momento. Non è una città che offra troppo, perché le troppe offerte tarpano le ali alla libera iniziativa, ma è una città accogliente per chi dimora e per chi arriva, per gli esseri umani di ogni età e per le altre specie, alberi e animali compresi. A Mendrisio mancano viali alberati, e verde urbano declinato in svariati modi, con creatività, e con un occhio attento alla bellezza. Mendrisio è per me il centro del mondo e nel contempo, la città più brutta del Cantone, se penso ai castelli di Bellinzona, ai vasti laghi di Locarno e di Lugano; ma è anche la città nella quale si vive meglio, dove la qualità dell’incontrarsi ha un’apertura quasi mediterranea che non ha uguali: benvenuti al sud! Mendrisio è cresciuta e cambiata molto negli ultimi anni, come una figlia che da bambina si fa improvvisamente giovane donna, e offre molto in termini culturali, con la Filanda e molte offerte di ogni genere sul territorio, partite dal basso e cresciute con vigore, come il Festival di narrazione di Arzo, il cavea festival, la Festa della musica e molto altro. La nostra città ha imparato ad occuparsi meglio degli anziani e delle persone che hanno bisogno, anche con un ottimo servizio di prossimità svolto dalla polizia comunale. Abbiamo proseguito nella strada virtuosa del “risparmio, riciclo e riuso” con un buon lavoro di smaltimento dei rifiuti e con una gestione ecosostenibile delle feste. Tutto questo è stato possibile grazie all’accompagnamento continuo della popolazione all’attività politica della Municipalità, anche con attività non di opposizione ma di collaborazione in Consiglio comunale e, sì, anche grazie a un paio di referendum (quello su Piazza del ponte e quello sulle AIM) che hanno risvegliato l’attenzione delle cittadine e dei cittadini sulla cosa pubblica: soltanto insieme si trovano idee e si ottengono risultati. Mi auguro che questo costruttivo lavoro di collaborazione nel segno dell’amore per la nostra città prosegua nella prossima legislatura, con umiltà e coraggio.

Claudia Crivelli Barella, candidata al Municipio per L’Alternativa, Vedi e sinistra insieme, lista 4

INTERROGAZIONE – Esodo delle giovani e dei giovani ticinesi: come contrastarlo?

5 Febbraio 2020

Negli ultimi anni si è parlato spesso di un fenomeno emergente e sempre più importante nella dinamica demografica ticinese, ossia quello dell’emigrazione dei giovani ticinesi. Un approfondimento apparso negli scorsi giorni su “La Regione” ne delinea (nuovamente) le peculiarità e ne sottolinea l’importanza, con un’intervista a Elio Venturelli (1). Il fenomeno interessa in particolar modo le giovani e i giovani tra i 20 e i 39 anni, che in misura di quasi 800 all’anno lasciano il Ticino per recarsi in altri cantoni o all’estero. Negli ultimi 20 anni, in totale quasi 8 mila giovani hanno lasciato il nostro Cantone. Le ragioni di tali spostamenti sono probabilmente da ricollegare alla ricerca di posti di lavoro qualificati o più confacenti ai loro profili professionali e salari adeguati, che il Ticino purtroppo spesso non offre. Spesso ad andarsene sono giovani con una formazione elevata, che nella maggior parte dei casi hanno già un trascorso oltralpe dovuto ai loro studi. Ma non mancano i casi di apprendisti formati in Ticino che decidono di partire per questioni di opportunità professionali e salariali.

Thomas Egger, direttore del Gruppo svizzero per le regioni di montagna intervistato in un servizio RSI di Roberta Porta durante l’estate (2), evidenzia come tale tendenza sia problematica per le regioni d’origine dei giovani emigranti, che perdono forze formate e innovative, potenzialmente in grado di trasmettere nuovi impulsi ed energia al territorio. Anche in un’ottica più pragmatica in cui si considera l’invecchiamento della popolazione, l’ulteriore assottigliamento della popolazione giovanile in Ticino potrebbe portare a considerevoli problematiche aggiuntive in ambito di finanziamento delle pensioni.

È indubbio che qualcosa dev’essere fatto per arginare il fenomeno della fuga di giovani ticinesi. Le giovani e i giovani ticinesi devono poter trovare nel loro cantone d’origine un posto stimolante dove poter tornare a vivere, trovare un lavoro dignitosamente retribuito e confacente alle loro aspirazioni professionali, dove poter sentirsi valorizzati e incoraggiati a mettere al servizio del territorio e del benessere di tutte e tutti le proprie esperienze e la propria formazione.

Alla luce delle considerazioni che precedono, si chiede al lodevole Consiglio di Stato:
– Se conferma le cifre che sono state menzionate nell’approfondimento della Regione e la tendenza all’aumento delle partenze?
– Se è a conoscenza delle principali ragioni per cui questo fenomeno esiste? Se invece non lo è, intende il Consiglio di Stato commissionare uno studio per confermare le varie motivazioni suggerite?
– Se intende mobilitarsi per arginare il fenomeno dell’emigrazione delle e dei giovani ticinesi oltralpe e all’estero;
– Se sì, in che modo intende farlo?
– Ammesso che una delle probabili principali cause dell’emigrazione di giovani ticinesi oltralpe sia la ricerca di un posto di lavoro con una retribuzione maggiore rispetto a quella offerta dal mercato del lavoro ticinese. Come intende affrontare il Governo ticinese questa problematica?
– Un’altra possibile ragione dell’esodo giovanile potrebbe essere l’incompatibilità delle professioni acquisite con l’offerta del mercato del lavoro ticinese. Potrebbe il Consiglio di Stato prendere in considerazione l’idea di potenziare/incentivare in modo dinamico e mirato alcuni settori economici piuttosto che altri sulla base della formazione acquisita dai giovani come soluzione a corto termine? Esempio: se durante gli ultimi 5 anni sono state formate molte persone in ambito sociale/artistico ma in misura minore in ambito tecnico/ingegneristico, sarebbe possibile concentrare maggiormente le risorse finanziarie per incentivare l’offerta di professioni in tale settore piuttosto che in quello tecnico/ingegneristico? Ad esempio, sostenere maggiormente start-up dal carattere sociale/artistico piuttosto che ad alto valore tecnologico per adattarsi alle forze a disposizione in un determinato momento;
– Visto il contesto di crisi climatico-ambientale che stiamo vivendo e l’interesse sempre maggiore che le giovani e i giovani nutrono nella sostenibilità, anche in ambito formativo/professionale, potrebbe il Consiglio di Stato considerare la possibilità di incentivare maggiormente lo sviluppo di attività economiche/di ricerca legate alla sostenibilità e allo sviluppo di soluzioni per far fronte al problema del cambiamento climatico? Magari promovendo lo sviluppo di un centro di competenze ad hoc?
– Sul lungo termine sarà indubbiamente necessario trovare delle strategie per convogliare le giovani e i giovani ticinesi verso professioni in settori indispensabili al benessere della società (sanitario, di cura, scolastico…) che richiederanno sempre più personale. Come intende procedere in questo senso il Governo? Come si riuscirà a garantire un equilibrio tra le necessità del mondo del lavoro e la vocazione/passione personale?
– Quali sono attualmente i programmi cantonali/federali che permettono di facilitare l’inserimento professionale delle giovani e dei giovani ticinesi? Quanti di questi programmi sono accessibili senza doversi iscrivere ad un ufficio regionale di collocamento? Il Consiglio di Stato potrebbe considerare la possibilità di aumentare l’offerta di soluzioni per facilitare l’ottenimento di un primo impiego senza che l’iscrizione a un ufficio regionale di collocamento sia necessaria?
– Dal 2017 è in funzione una piattaforma in cui sono presentati stages formativi offerti in Ticino durante le pause semestrali e rivolti soprattutto alle studentesse e agli studenti in formazione oltre i confini ticinesi. Quali sono i risultati delle edizioni passate? Quante studentesse e quanti studenti hanno potuto effettivamente trovare lavoro in Ticino dopo gli studi grazie a questa offerta? Il Governo intende investire ancora nel progetto aumentando il numero si stages all’interno del cantone e/o posti fissi?

Per i Verdi del Ticino e le Giovani Verdi,
Cristina Gardenghi, Andrea Stephani, Claudia Crivelli-Barella,
Marco Noi, Nicola Schönenberger, Samantha Bourgoin

Fonti:
(1) https://www.laregione.ch/cantone/ticino/1416502/ticino-meno-attrattivo-cervelli-e-pensionati-in-fuga(2) https://www.rsi.ch/news/svizzera/Cervelli-in-fuga-11999927.html

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